Vaccini e brevetti, una battaglia europea che deciderà le sorti dell’Unione

Dal sì di Biden allo stop ai brevetti sui vaccini anti covid al dibattito europeo “fatto solo di tatticismi”. Intervista a Marc Botenga, europarlamentare del GUE/NGL. “C’era grande attesa per il summit di Porto, è stato un flop. E ora davanti a noi c’è un’altra stagione di austerità europea".

Daniele Nalbone

Il sì di Joe Biden alla proposta di togliere i brevetti sui vaccini anti covid, seppur temporaneamente, per garantirne una distribuzione più veloce ed equa. La soddisfazione della rete che ha dato vita alla campagna europea “Condividi la soluzione” che ruota intorno a quattro punti cardine. Il primo: “Salute per tutti”, perché “la ricerca e le tecnologie dovrebbero essere condivise ampiamente, velocemente, in tutto il mondo” e, di conseguenza, “un’azienda privata non dovrebbe avere il potere di decidere chi ha accesso a cure o vaccini e a quale prezzo”. Da qui, la battaglia contro i brevetti che “forniscono a una singola azienda il controllo monopolistico sui prodotti farmaceutici essenziali, limitando la loro disponibilità e aumentando il loro costo”. Gli altri tre: rendere pubblici i contratti tra autorità e aziende farmaceutiche; “controllo pubblico sul denaro pubblico investito per la ricerca e lo sviluppo di vaccini e trattamenti”; accompagnare l’erogazione di fondi pubblici per la ricerca a garanzie sulla disponibilità e su prezzi controllati ed economici. Tradotto: “Nessun profitto sulla pandemia”.

Dopo la presa di posizione di Joe Biden abbiamo assistito, nei giorni successivi, a un gran numero di interventi: chi festeggiava da una parte, chi invece criticava l’impostazione assunta dal presidente Usa, addirittura sostenendo che l’eliminazione o la sospensione dei brevetti sarebbe controproducente: eliminare o rendere incerti i profitti sui vaccini – la teoria – potrebbe canalizzare gli investimenti di ricerca altrove. In mezzo, fra le due posizioni, l’Unione Europea che sul tema si sta guardando bene, come fatto fin dall’inizio della pandemia, dal prendere una posizione, lasciando così campo libero alle multinazionali del farmaco.

Per Marc Botenga, europarlamentare del gruppo GUE/NGL e membro del Partito del Lavoro del Belgio, “una cosa è certa: dal lancio della campagna ‘Condividi la soluzione’, circa nove mesi fa, siamo riusciti a imporre il tema al centro del dibattito e questo, in questa Europa, è già qualcosa di importante. Abbiamo acceso i riflettori sulla principale contraddizione che esiste in questo campo: il profitto degli azionisti delle multinazionali del farmaco da una parte e la salute globale dall’altra”.

La posizione europea dopo la presa di posizione di Biden è cambiata o ha la sensazione che le cose a Bruxelles non si muoveranno?
È una domanda difficile (ride). Diciamo che se possono non cambiare nulla, lo faranno. Di certo ora c’è una pressione molto forte sui vari governi, una pressione che ha costretto la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen a un’apertura sull’argomento. Certo, guardando bene alle attuali prese di posizione, posso dire che è tutto abbastanza ridicolo. Faccio un esempio: dopo le parole di Biden, Thierry Breton, commissario europeo per il mercato interno e i servizi, ha fatto un tweet dicendo che “è tempo di aprire una nuova fase” e “affrontare la questione dei brevetti”.

In Commissione per l’industria, la ricerca e l’energia mi sono più volte confrontato con Breton e, per un anno, ha continuato a sostenere che i brevetti non verranno mai toccati. Ora però che è entrato in campo Biden, alcuni sono chiamati a temporeggiare, come von der Leyen, altri ad aprire, come Breton, altri ancora a opporsi strenuamente, come Merkel: è iniziato il gioco delle parti. Ma il dato di fatto, come abbiamo visto al Summit di Porto, è che non è cambiato nulla. Abbiamo fatto dei passi in avanti nella nostra battaglia, questo è evidente, e finalmente iniziamo a vedere le prime crepe nel muro del capitalismo farmaceutico, ma non possiamo vedere, ora, l’Ue come un nostro alleato. Anzi. Di certo, siamo in un momento chiave, per questo sarà fondamentale continuare la mobilitazione.

Ovviamente la questione vaccini è in primis sanitaria, ma qui voglio discutere del lato politico. Come avrà visto, subito dopo la presa di posizione di Biden sono iniziati ad apparire sui giornali articoli e commenti che sostengono come l’eliminazione dei brevetti sia inutile, non risolverà il problema della distribuzione a livello globale e, anzi, potrebbe portare ad aumentare il costo dei vaccini. Cosa risponde?
Per quale motivo condividere i saperi, le tecnologie, i sistemi di produzione e via dicendo dovrebbe essere un ostacolo alla distribuzione dei vaccini? Perché eliminare la proprietà intellettuale da una questione così importante per le sorti dell’intera umanità dovrebbe comportare un aumento dei prezzi? Vorrei che i critici rispondessero a queste domande. Ora il sistema è semplice: siamo davanti a vere e proprie trattative di mercato, ad accordi bilaterali tra chi produce e chi acquista. L’azienda detiene il brevetto e quindi è la parte forte in questa trattativa. Togliere i brevetti non sarebbe la soluzione finale ma il primo passo verso la soluzione, al quale andranno poi accompagnate tutta una serie di misure volte a creare un nuovo sistema produttivo. Il nostro obiettivo per superare questa pandemia a livello globale è eliminare ogni ostacolo, e il brevetto sui vaccini è il primo ostacolo. Un’altra scusa che ho sentito per mantenere lo status quo è la difficoltà che ci sarebbe nel trasferimento delle tecnologie necessarie alla produzione dei vaccini su vasta scala. Falso. In sei mesi si potrebbe mettere in piedi un sistema in grado di produrre e distribuire i vaccini necessari. Secondo voi, non dico i Paesi europei, ma i 55 dell’Unione Africana, o l’India, non sarebbero in grado di creare un sistema di produzione dei vaccini?

Queste resistenze sono spiegabili solo con la forza imprenditoriale delle multinazionali del farmaco o c’è altro?
C’è molto altro. Assolutamente. Intanto non dobbiamo sottostimare il valore economico di questi vaccini: non parliamo di dosi da usare “una tantum” ma, potenzialmente, ogni anno. Ma questa battaglia coinvolge l’intero sistema farmaceutico e, di conseguenza, i dividendi degli azionisti. Coinvolge i partenariati pubblici-privati, coinvolge l’intero sistema capitalistico. Qui c’è in ballo l’intera strategia farmaceutica europea con due visioni contrapposte che si stanno scontrando: chi vuole dare più soldi alle cause farmaceutiche dicendo di volerle renderle più competitive e chi pensa che debba essere il pubblico il protagonista dell’intera filiera, a partire dalla ricerca. Dobbiamo essere coscienti che si tratta di uno scontro ideologico, è una lotta politica. Spero che la pandemia abbia aperto gli occhi a tante persone.

Un commento sul summit di Porto. Da più parti è stato letto come un summit molto importante sul tema dei diritti sociali, delle politiche di inclusione, della creazione di nuovi posti di lavoro.
É dal 1992 che sento parlare di Europa “sociale”. É dal 1992 che non vedo traccia di un’Europa “sociale”.

Quindi sul tavolo non c’è niente?
No, c’è molto. C’è il tentativo di mettere nuovamente mano alle pensioni, c’è la certezza del ritorno dell’Europa dell’austerità che è stata messa in freezer con la sospensione del patto di stabilità per la pandemia. Quello di Porto è stato un bel summit in quanto a dichiarazioni, ma le uniche misure concrete in campo vanno in direzione diametralmente opposta a qualsiasi forza di protezione dei diritti dei lavoratori, di salario minimo europeo, di reddito minimo. Per farvi capire la linea di Bruxelles, vi porto un unico esempio: la Commissione europea ha chiesto alla Lituania di aumentare l’età lavorativa fino a 72 anni. In Lituania l’aspettativa di vita per gli uomini è stimata a 71,5 anni. Stanno mettendo mano al lavoro, ormai è chiaro: eppure durante la pandemia a tenere in piedi le società sono stati i lavoratori, non i manager. Però avete sentito qualcuno parlare di tassazione delle grandi multinazionali? No. Ma si parla di politiche del lavoro. Di creare nuovi posti, non di garantire quelli che ci sono. Si parla di formazione dei lavoratori che saranno licenziati, di “skills”. Per l’ennesima volta, sarà responsabilità dei licenziati formarsi per rientrare nel mercato. Se non ce la faranno, beh, sarà colpa loro. Tutti gli aiuti di cui si sta parlando, di cui si è discusso anche nel summit, saranno aiuti in salsa neoliberista. E neoliberismo è mettere lo Stato completamente al servizio del capitale. Delle multinazionali.

[Capitalism is the virus – Foto da video Emanuele Confortin]

Sul tema, leggi anche:

“Sospendere i brevetti dei vaccini anti Covid”. Appello di professori e giornalisti

“No profit on pandemic”, l’Italia si schieri per sospendere i brevetti sui vaccini

Vaccini, una questione globale con ripercussioni locali

 



Per sostenere MicroMega e abbonarsi alla rivista e a "MicroMega+": www.micromegaedizioni.net

Altri articoli di Daniele Nalbone

Intervista a Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia, in occasione dell'anniversario della fondazione della ong.

Sei giornalisti uccisi e due desaparecidos dall’inizio dell’anno. In Messico un attacco su tre è commesso da funzionari pubblici.

Nel 2020 emesse 32.500 nuove sentenze di sfratto. De Cesaris (Unione Inquilini): “Situazione drammatica. E il peggio deve ancora arrivare”.

Altri articoli di Politica

Obiettivo: eliminare il reato di coltivazione, rimuovere le pene detentive e cancellare la sanzione amministrativa del ritiro della patente.

Si può fare peggio di Marchionne quando ricattò, con la minaccia di licenziamenti, i lavoratori di Pomigliano e Mirafiori. E si può fare peggio del Jobsact di Renzi.

Due estratti dal libro Reddito di base – Liberare il XXI secolo di Andrea Fumagalli, Sandro Gobetti, Cristina Morini e Rachele Serino.