Vaccini e green pass, un dibattito surreale

Tra le pieghe ascientifiche di un sapere popolare basato sulla diffidenza si fanno strada nuove forme di superstizione.

Teresa Simeone

Da diversi mesi, ormai, assistiamo a un dibattito surreale: da un lato c’è una minoranza, rumorosa e residuale, che aspira, almeno a leggere il richiamo alla ribellione sui social e nelle piazze di una parte di essa, a farsi maggioranza (senza riuscirvi, considerato il flop degli ultimi giorni) e che, dall’inizio della pandemia, è stata, nell’ordine, negazionista, No Mask, No Lockdown, No Vax, No Dad e ora è, naturalmente, No Green pass e una gran parte, la più numerosa del paese, solida e composta, che è d’accordo con le misure di contenimento della pandemia adottate. Certamente non sono gruppi monolitici e annoverano, sia da un lato che dall’altro, personalità diverse, più o meno equilibrate, più o meno aggressive, più o meno radicali.

Molti, tra i primi, replicano: “Noi non siamo negazionisti”. Intanto per mesi, sia pure con modalità comunicative differenti, hanno portato a sostegno delle proprie tesi ogni sorta di notizie, scelte secondo la tecnica del cherry-picking di prendere i dati che fanno loro comodo e interpretarli, in cui si negava che ci fosse una pandemia o che fosse, hanno rettificato poi, veramente letale: e qui è entrata in gioco l’influenza del 2017 con cui hanno bombardato per mesi e mesi le nostre bacheche. Quando i contagiati sono aumentati a tal punto da intasare le terapie intensive, hanno incominciato a sostenere che si diffondessero numeri sbagliati per imporre il terrore e controllarci attraverso le “loro” misure di sicurezza. Il termine “dittatura sanitaria” ha iniziato a girare, con tutto l’alone di mistero, il fascino intrigante del complotto governativo, noto solo a pochi, e il controllo panottico, “inconfutabile”. A supporto della libertà da difendere non sono mancate le voci di autorevoli capi di Stato come Johnson e Trump, che inizialmente promettevano che mai e poi mai avrebbero ridotto gli spazi di autonomia nei propri paesi, salvo poi essere smentiti dalle morti e dalla richiesta degli stessi cittadini di arginare il virus. Esattamente come ha dovuto fare Bolsonaro, responsabile di migliaia e migliaia di decessi. D’altronde, per molti leader la libertà è soprattutto quella economica che, evidentemente, nella scala di valori, è superiore alla libertà che si resti in vita.

È un caso, ci si chiede, che ci sia coerenza di comportamenti tra chi ha prima negato la pandemia da coronavirus, quindi l’opportunità delle mascherine, infine la necessità del vaccino e ora l’introduzione del Green Pass? A scorrerne le dichiarazioni, come può verificare tra i propri “amici” chiunque di noi, sono sempre gli stessi che, tenacemente, continuano ad attaccare chi si attiene alle indicazioni degli esperti. E, tuttavia, via via che i loro dati sono stati smentiti, invece di riconoscere gli errori (i morti da pandemia non possono essere quelli da semplice influenza) hanno poi, in corso d’opera, cambiato le accuse, sostenendo che la colpa di tutti questi morti (che non sarebbero dovuti essere morti, secondo le loro stime) era delle scelte governative. Che non sono state sempre le più chiare o ragionevoli, per carità!

Molti di loro sono gli stessi che hanno criticato per mesi la Dad, sostenendo l’imprescindibilità delle relazioni umane rispetto agli strumenti tecnologici (come se chi l’ha accettata avesse l’empatia di un robot e potesse mai preferire uno schermo al rapporto vis à vis!), ma incapaci di proporre alcuna soluzione efficace se non quella di abbandonare gli studenti alla solitudine; che poi hanno sostenuto che bastasse il tracciamento e il tampone; che infine, di fronte alla possibilità di tornare alla scuola in presenza grazie al vaccino e al tamponamento, hanno alzato gli scudi contro il documento che attesta la non contagiosità dei docenti. Il nuovo slogan è diventato: tamponi gratuiti per tutti (quei tamponi che prima non servivano a niente perché il covid è un’invenzione e poi erano demonizzati perché violentavano bambini e giovani!). Cioè lo Stato, che ti mette a disposizione la possibilità di immunizzarti gratuitamente, deve accollarsi anche il costo giornaliero di migliaia di tamponi e magari impegnare personale specializzato distogliendolo dal suo lavoro.

Certo, ci sono stati e continuano a esserci diversi livelli di comunicazione: quello di chi, non avendo strumenti intellettuali né grammaticali adeguati, ma credendosi comunque più attrezzato degli altri, non ha riserve nell’esprimere, senza filtri, una rozzezza che, in verità, è imbarazzante. Verso costoro il giudizio non può che essere clemente, almeno finché non arrivino a minacce, insulti e offese. Come sta accadendo, sempre in nome della libertà!, contro tutti gli esperti che si dichiarano favorevoli al green pass.

Il livello immediatamente successivo è quello di chi sa scrivere ma non sa leggere oltre e dunque rimane acriticamente legato alle fonti tossiche che circolano nelle echo-chamber di specifici gruppi e formazioni politiche. E anche in questo caso l’occhio continua, pazientemente, a essere benevolo.

Quindi c’è un livello superiore, quello degli intellettuali-influencer che creano dibattito spesso invadendo, a livello social, le bacheche altrui, al fine di fare proselitismo. A questi ultimi non interessa per nulla dialogare: importa provocare e far capire agli altri quanto sono bravi a intrattenerti. Spesso, quando non hanno più argomentazioni, finiscono per perdere il controllo (prima o poi capita, è matematico!) e vengono invitati a lasciare la bacheca verso altri lidi: allora o ti accusano di non accettare il contraddittorio o ti blandiscono per rimanervi con attestazioni di stima: “Io vengo sul tuo profilo perché sei intelligente e la pensi diversamente da me!”. Niente di più falso. Il motivo è utilizzare lo spazio che, magnanimamente gli è stato concesso, per fare i propri comizi social e dimostrare a chi legge che lui/lei è più brillante, più arguto e più “democratico” di te. Ingenuo dare loro ascolto permettendo di continuare a stalkerizzarti; sterile lasciarsi trascinare nel vortice contorto dei loro meccanismi.

C’è, poi, tutta una categoria di pensatori, tanto a destra quanto a sinistra che, essendo più colti e intelligenti di te, strappano il velo di Maia che ti nasconde la verità e ti educano su come si dovrebbe riuscire a evitare il “pensiero unico”. A patto che tu ti dia, senza ribattere, al loro pensiero, naturalmente più “unico” di quello da cui dicono di volerti difendere.

Al vertice della piramide, ci sono gli intellettuali puri. Quelli che, legittimamente, esprimono posizioni diverse, seminano dubbi, avanzano perplessità. Sono i più liberi, certamente, perché possiedono gli strumenti del dialogo e dell’argomentare e conoscono strategie comunicative efficaci. Essendo maestri, hanno un credito culturale che si sono costruiti nel tempo grazie allo studio, alla vis speculativa, all’impegno della cultura.

Queste ultime categorie di persone hanno la responsabilità di orientare posizioni e ideologie. E diffondere scetticismo, a volte dando giustificazione ideologica a teorie pericolose.

Un conto, infatti, è esprimere un’opinione che non abbia effetti pratici sui comportamenti collettivi e un altro sapere di incidere fortemente su una campagna vaccinale, ad esempio, il cui obiettivo non è sterminare tutti ma aiutare un’immunità di gregge che consenta realmente un beneficio generale. Paragonare tale azione a quella eugenetica nazista è un’aberrazione che si prefigge, nell’iperbolica immagine che evoca, un’adesione incondizionata sia pure attraverso l’intenzionale alterazione di una verità storica. E, allora, sempre più frequentemente si incomincia a chiamare in causa comunismo e stalinismo, per stabilire un’equidistanza da ogni tipo di estremismo, garanzia di occhio lucido e onestà intellettuale, in realtà finendo per accontentare anche chi il comunismo e il socialismo detesta.

In tale contesto, ci si può astenere dal riflettere sui danni che può la semplice affermazione di un premio Nobel rispetto agli studi di mille ricercatori scientifici che, umilmente, con rispetto delle procedure metodologiche adeguate, cercano faticosamente di evitare chine pericolose? Tali preoccupazioni attengono al campo politico ed etico, non a quello giuridico. Sappiamo bene, infatti, che la libera espressione della manifestazione del pensiero è garanzia di democrazia e di pluralismo ed è al fondamento della nostra Costituzione. Non si sta, dunque, criticando la liceità di talune posizioni o il monito di quei giuristi che ritengono necessario il richiamo a evitare derive o torsioni autoritarie. Né la doverosa difesa di uno scetticismo che, bisogna ammetterlo, è anche il frutto naturale di una confusione nell’informazione creata dall’emergenza e dalla necessità di individuare al più presto forme di terapia o di tutela. E, ciononostante, com’è costituzionalmente garantita la libertà di chi critica è garantita la libertà di chi risponde alle critiche. E di chi cerca di conservare il buon senso: se i dati mi dicono che il vaccino protegge dagli aspetti nocivi di un virus, difendendomi dalla sua letalità, non posso esporre al rischio della vita, instillando dubbi e spingendo a non vaccinarsi, quegli sprovveduti che cercano in me un riferimento. Soprattutto se lo faccio da vaccinato. E se gli stessi dati mi rimandano una situazione oggettiva in cui il 90% dei ricoverati in terapia intensiva è non vaccinato, una domanda sulle mie posizioni non neutre ma decisive nell’orientare i comportamenti corretti o scorretti me la devo pur fare. Da essere civile e da soggetto etico.

Vivere in società significa superare il proprio irriducibile individualismo: non si tratta di difendere lo spazio di libertà personale dall’ingerenza dell’altro, quanto limitare le proprie pretese nella considerazione che ci sono soggetti che, come me, hanno diritti. Comporta proteggere i beni pubblici, perché ne usufruiamo tutti: l’ambiente, il patrimonio artistico, il servizio sanitario nazionale, l’istruzione, la ricerca scientifica. È vero, alcune regole ci appaiono senza senso: cambiamole. Altre hanno per noi un senso? Teniamole. Si è fatto spesso il paragone tra il Green Pass e la patente di guida, necessaria per evitare incidenti stradali. Anche fumare in luoghi chiusi è un comportamento lesivo della salute altrui: in nome di una presunta libertà assoluta, si sarebbe dovuto tutelare il diritto a fumare di chi diffonde veleno e non quello di chi ha diritto a non inalarlo? E si vuol far passare tale atteggiamento per anticonformismo o per eresia?

Il vestito affascinante dell’eretico che si vuole indossare è un vestito che spesso sa di bruciato, come hanno dimostrato Giordano Bruno e Michele Serveto; che odora di morte, come ci ammonisce un’Ipazia; che sa della polvere su cui fu costretto a inginocchiarsi Galilei. Ha un costo che mi pare non sia richiesto in questa dittatura insopportabile.

Ogni intellettuale sa bene di avere una responsabilità e che essere, volente o nolente, un testimonial lo carica dell’onere di vedersi riconosciuto come autorità nell’avvalorare teorie fantasiose e nefaste. Dovrebbe chiedersi se tra le pieghe ascientifiche di un sapere popolare basato sulla diffidenza, piuttosto che verso il coraggio dell’eresia che apra nuovi orizzonti di libertà, in realtà non stia facendo da guida verso l’antro oscuro di una nuova superstizione.



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