Vaccini ed economia, un nuovo partenariato con l’Africa e i Paesi poveri

Una persona vaccinata su quattro nei Paesi ricchi, una ogni 500 in quelli poveri. Il virus ha aggravato le disuguaglianze sanitarie ed economiche. Servono nuove politiche di sviluppo alternative al neoliberismo.

Giorgio Pagano

Secondo una frase ricorrente il Covid-19 “non fa distinzioni”. In realtà colpisce in maniera sistematica i più deboli e i più fragili. Basti pensare, in Italia e nei Paesi ad economia avanzata, ai tanti “invisibili” esclusi dal circuito dei servizi sociali e presenti in modo “irregolare” nel territorio: persone senza fissa dimora, clandestini, Rom e Sinti… Non solo: i dati ci spiegano che ad essere più colpite sono le persone meno abbienti e meno istruite, che vivono nelle aree e nei quartieri poveri.

Ma le diseguaglianze sono enormi soprattutto tra i Paesi. Il virus, nato in un mondo già suddiviso in ricchi e poveri, ha aggravato la situazione preesistente, sia dal punto di vista sanitario che da quello economico.

Esaminiamo, riguardo al primo punto, la questione più urgente: la somministrazione dei vaccini. I dati del sito Our World in Data ci dicono che nei Paesi ad alto reddito crescono di continuo i vaccinati – tanto da far prevedere che verso la metà dell’anno le popolazioni riceveranno almeno la prima dose – e che il divario con i Paesi poveri appare incolmabile. Qualche settimana fa l’ONU stimava questa differenza: una persona vaccinata su quattro nei Paesi ricchi, una ogni 500 in quelli poveri.

Circa il secondo punto, è chiaro che anche la ripresa economica non procederà all’unisono nel mondo, anzi. La Banca Mondiale stima che entro la fine del 2021 il Covid-19 avrà spinto altri 150 milioni di persone alla povertà estrema. Nei Paesi ricchi la maggior spesa pubblica, i tagli alle tasse, i prestiti e le garanzie -per uno stanziamento pari a circa il 20% del Pil- hanno fornito un sostegno, sia pure parziale, alle economie nazionali. Un fenomeno inimmaginabile nei Paesi poveri, il cui stanziamento si è fermato al 2% del Pil. I Paesi ricchi si sono rinchiusi in se stessi. Il dato dell’indebitamento dei Paesi dell’Africa Subsahariana parla da solo: è aumentato da circa il 25% nel 2011 a quasi il 48% nel 2021.

Che fare, allora? Per i vaccini, le istituzioni mondiali hanno creato il Covax, programma di accesso globale alla vaccinazione contro il Covid-19. Ma se l’obiettivo è immunizzare tutta la popolazione entro il 2022, gli 11 miliardi di dollari finora stanziati sono del tutto insufficienti. Secondo Ester Duflo, economista e Premio Nobel, occorre renderne disponibili altri 29 per due miliardi di dosi, 50 miliardi per quattro miliardi di dosi. Questa la sua chiosa: “Ci rendiamo conto di quanto poco siano rispetto alle migliaia di miliardi che i soli Stati Uniti stanno mettendo nel loro piano di ripresa?”.

Aggiungiamo, come denunciato da Oxfam e da Emergency: potremmo vaccinare un miliardo e mezzo di persone – l’intera Africa – con i 26 miliardi di dollari corrisposti nell’ultimo anno ai propri azionisti da Big pharma. Per l’Africa, in particolare, serve un piano vaccinale che tenga conto della realtà del continente: il vaccino va ben conservato e trasportato fino ai villaggi; servono tutte le altre cose, dalle siringhe al cotone e all’alcol; il personale va formato; la popolazione va informata per vincere la diffidenza…

La sospensione dei diritti di proprietà intellettuale sui vaccini è certamente di grande importanza, e le parole di Biden hanno un grande peso. Qualcosa del genere è sempre avvenuto nei momenti della storia in cui era indispensabile salvare vite umane – con la penicillina durante la Seconda Guerra Mondiale e con i farmaci anti-Hiv negli anni Novanta, grazie a Nelson Mandela – e deve avvenire anche oggi. In Africa, per esempio, ci sono 300 fabbriche di prodotti farmaceutici che potrebbero produrre il vaccino. Certo, occorrerebbe anche un trasferimento di tecnologie, non solo il brevetto. Per questo motivo l’azione sui brevetti deve essere accompagnata dal rafforzamento immediato di Covax e dai piani vaccinali per le diverse aree del pianeta.

Detto questo, sappiamo che per superare la crisi attuale – una “sindemia”, non solo una pandemia – non basteranno i vaccini e i farmaci. Occorrerà anche un nuovo sviluppo economico: ciò che 100 intellettuali africani, in una lettera dell’aprile 2020, hanno definito una “seconda ondata della nostra indipendenza politica” con l’obiettivo di “uno sviluppo endogeno, per creare valore qui, al fine di ridurre la nostra dipendenza sistemica”, alternativo al “liberalismo economico” e alle “pratiche estrattive degli attori esterni”. Da questo punto di vista il G20 e le istituzioni finanziarie internazionali non possono non porsi il problema dell’alleviamento se non del superamento del debito dei Paesi poveri: se questi ultimi devono incrementare i programmi di sicurezza sanitaria e sociale e stimolare le economie, come si può pensare che distolgano risorse verso i Paesi ricchi per ripagare il debito?

La questione, per il mondo ricco, ha a che fare non solo con l’umanità, ma anche con la lungimiranza. Ha detto Carlo Morrone, direttore scientifico dell’Istituto Gallicano di Roma: “Se non cominciamo a pensare non solo alla distribuzione dei vaccini ma anche alla capacità di portarli nelle zone rurali, remote e più impoverite del pianeta, abbiamo calcolato che la pandemia durerà otto anni”. Basti pensare a cosa potrebbero comportare, nel mondo ricco, le varianti del virus provenienti dai Paesi poveri. In particolare dall’Africa, che finora ha evitato, non sappiamo ancora il perché, l’ecatombe.

Il virus, per sopravvivere, deve variare: se ci pensiamo bene, è questo il rischio per l’Africa, e quindi per il mondo. Non ci sono ancora studi capaci di dare risposte chiare alla domanda: perché in Africa ci sono stati “solo” 3 milioni e 200 mila casi? Il virus ha girato in Africa come in Europa, ma l’infezione ha comportato una minore infiammazione, e quindi una minore mortalità. Per una sorta di immunità “allenata” da altri vaccini e malattie? Per la giovane età della popolazione? Ma allora perché le tragedie in India e in Brasile? Il tema fondamentale è quello delle varianti, che potrebbero avere effetti devastanti anche in Africa. Ecco perché occorre vaccinare. Anche per non vanificare le vaccinazioni nel mondo ricco.

Umanità e lungimiranza ci occorrono anche se pensiamo alla situazione economica dei Paesi poveri, e dell’Africa in particolare. Il tema, già richiamato, della conversione del debito rimanda a un obiettivo più generale, nell’interesse dell’Africa e nostro: un Recovery Plan per, anzi “con” l’Africa. L’Africa è giovane, ha un grande futuro, e può essere un gigantesco motore per l’Italia e per l’Europa. Serve un nuovo abbraccio, un nuovo patto tra Italia e Africa, tra Europa e Africa.

Nel giugno 2020 concludevo il mio libro “Africa e Covid-19. Storie da un continente in bilico” con queste parole:

“L’Europa è il grande Nord dell’Africa, l’Africa è il grande Sud dell’Europa. Europa ed Africa sono un unico corridoio che oltrepassa il Mediterraneo, ‘grande lago euroafricano’. Noi abbiamo bisogno di loro, loro hanno bisogno di noi. I destini sono interconnessi. In gioco non c’è solo il futuro dell’Africa, in gioco c’è il futuro dell’Europa”.

Il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale ha redatto, nel dicembre 2020, un documento interessante, dal titolo “Il partenariato con l’Africa”, che così conclude:

“Il dialogo e il partenariato con l’Africa è destinato necessariamente ad imporsi come tema primario per il nostro Paese, per evidenti considerazioni di natura strategica, storica, geografica, economica e culturale. Il continente diverrà nei prossimi anni il più popoloso ed il più giovane, e sarà al centro di molteplici, complesse dinamiche: conflitti e povertà in alcuni Paesi, stabilità e crescita economica in altri; rischi di proliferazione del terrorismo; cambiamenti climatici; influenza di attori esterni. Senza considerare l’impatto della crisi pandemica, che potrà rendere più complessi alcuni fenomeni o accelerare nuove dinamiche (ad es., l’integrazione continentale o la digitalizzazione). Con tali premesse, occorre più che mai una visione strategica dei nostri rapporti con l’Africa ed un’azione ispiratrice e di stimolo all’interno dell’UE”.

Bene, si tratta di passare dalle parole ai fatti, che sono sempre andati in direzione contraria. L’Africa – per il “pensiero unico” di Minniti e Salvini – è stata ed è solamente un pezzo della nostra cosiddetta “politica di sicurezza”, per contrastare le migrazioni e il jihadismo. Ma di migranti e di accoglienza abbiamo bisogno se vogliamo contrastare la nostra grave crisi demografica. Mentre il jihadismo, che risponde alla rabbia e all’abbandono e si propone di recidere ogni legame con l’Europa, si combatte innanzitutto con una nuova politica e una nuova cultura, quella del partenariato paritario.

(credit foto EPA/NIC BOTHMA)



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