Valditara alla battaglia delle parole… o è solo bullismo di Stato?

Sfugge al ministro dell'Istruzione e del Merito che l'umiliazione è esattamente “l'anima del bullismo”. Per questo è legittimo il sospetto che voglia combattere il bullismo dei giovani con il “bullismo di stato”, secondo l'antico principio dell’"occhio per occhio”.

Andrea Morniroli e Vittorio Cogliati Dezza

Non è la prima volta. In Italia la salita al potere di una nuova destra è stata sempre segnata dalla rivoluzione delle parole. Berlusconi, nel 1994, prese dal vocabolario dei  democratici e dei progressisti le parole “riforma” e “libertà” che divennero vessillo identitario della destra liberista.
Il gioco si è poi ripetuto ancora, ad esempio quando l’allora ministro dell’Interno Salvini con “prima gli italiani”, supportato dalla definizione delle navi delle ONG come “taxi del mare” inventata dall’on.le Di Maio, rovesciò il significato tradizionale di “solidarietà verso chi sta peggio”, sdoganando l’egoismo e la legittimità della difesa del privilegio.
E oggi quella rivoluzione delle parole si ripete e diviene la cifra fondativa del Governo Meloni, a partire da parole chiave per ribattezzare i ministeri: merito, sovranità alimentare, sicurezza energetica. Ha proseguito il ministro Giorgetti nella presentazione alla stampa del Decreto Aiuti Quater, quando ha motivato la revisione del Superbonus edilizio come misura di giustizia sociale contro l’abuso che ne avevano fatto i ricchi del Paese, perché da gennaio l’incentivo passerà dal 110% al 90%, dimenticando di riconoscere che così facendo saranno sicuramente escluse dall’accesso a quella misura tutte le famiglie in povertà assoluta e relativa.
Ultimo a salire sul palcoscenico della battaglia delle parole il ministro Valditara, con due colpi messi a segno in meno di 48 ore.
Il primo: “Evviva l’umiliazione che è un fattore fondamentale nella crescita e nella costruzione della personalità”. Con l’ode al valore educativo dell’umiliazione il ministro ha voluto rovesciare decenni di ricerca scientifica della pedagogia attiva, le cui pratiche di successo sono fondate sul dialogo e sulla consapevolezza, sul sentirsi considerati e valorizzati nella propria personalità come condizione ineludibile per il successo formativo di ciascuno.
Ma sfugge al ministro che l’umiliazione è esattamente “l’anima del bullismo”. Per questo è legittimo il sospetto che il ministro voglia combattere il bullismo dei giovani con il “bullismo di stato”, secondo l’antico principio del “occhio per occhio” dentro un’ideologia educativa che si ispira alla logica del “colpirne uno per educarne 100” e alla convinzione che alla maggior umiliazione pubblica corrisponderebbe una maggior responsabilizzazione. Poi il ministro ha recuperato, dichiarando che voleva parlare di umiltà, e non di umiliazione, uno slittamento semantico di non poco conto. Ma le parole sono pietre.
Il secondo “colpo di teatro” del ministro Valditara è stato quello di proporre la necessità di sospendere il Reddito di Cittadinanza per chi non abbia assolto all’obbligo scolastico. “Questi ragazzi preferiscono percepire il reddito anziché studiare e formarsi per costruire un proprio dignitoso progetto di vita”, argomenta il ministro. Se possibile le motivazioni peggiorano il messaggio: l’abbandono scolastico sarebbe una preferenza, una libera scelta! questo in un paese dove l’abbandono scolastico è una piaga che tocca il 14% dei giovani. Nelle certezze del ministro non c’è spazio neanche per l’antico dilemma filosofico se nasce prima l’uovo o la gallina, ovvero se è il Reddito che stimola all’abbandono, oppure chi abbandona è una vittima che va tutelata anche con il Reddito. Eppure ci troviamo di fronte ad un lampante esempio di quella condizione per cui “le colpe dei padri ricadono sui figli” e chi nasce in una famiglia povera ha molte probabilità in più di abbandonare la scuola. Sta qui la parte più insidiosa dell’operazione comunicativa del ministro: se i poveri son poveri, è colpa loro. Tanta ostinazione è per altro ingiustificata se andiamo a vedere i numeri che il ministro stesso ha fornito, parliamo di 140.000 giovani percettori di reddito tra 18 e 29 anni che non hanno assolto all’obbligo scolastico, su 3.386.000 percettori di reddito (settembre 2022), ovvero il 4% del totale. Una quota irrilevante per i conti pubblici, una ferita aperta per i diritti di cittadinanza che non sopportano distinguo, o sono per tutti o non sono. Di nuovo il rovesciamento della realtà: dopo i poveri fannulloni, ora i poveri illegali, e non parliamo di camorra e mafia, ma di ragazzi che hanno abbandonato la scuola!

Con un sillogismo imperfetto: “i ragazzi PREFERISCONO il Reddito alla scuola, non sono vittime ma RESPONSABILI di illegalità, quindi meritano di essere PUNITI”, il ministro racconta un Paese che non c’è, nasconde le cause reali e le responsabilità effettive, e, così facendo, non capisce che basterebbe applicare un’idea semplice ma efficace: lo Stato riconosca una borsa di studio a tutti i minori che vivono in nuclei familiari che fino ad oggi hanno diritto al Reddito. Con una sola misura otterremmo un doppio risultato: manteniamo dignità di vita ad una quota di famiglie ed insieme poniamo le premesse per un inserimento civico e lavorativo di tanti giovani a rischio di espulsione dalla cittadinanza.

Ma per farlo servirebbe abbandonare quell’approccio punitivo che così tanto piace al ministro. Per  educare non serve punire.

Gli autori Vittorio Cogliati Dezza e Andrea Morniroli sono coordinatori del Forum Disuguaglianze e Diversità



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