Valditara, o del progetto eversivo di una scuola non più democratica

Fan sfegatato dell’autonomia differenziata, il neo Ministro ha in mente una mission molto precisa: adoperare il merito come randello ideologico per averla vinta su un sistema recalcitrante, fino ad ora indisponibile a lasciarsi irregimentare. Il pluralismo e la libertà di insegnamento sono infatti le architravi su cui si basa la scuola della Costituzione.

Marina Boscaino

Sono tornati a pontificare i Soloni del “merito”, forti della nuova denominazione di quello che fu il Ministero della Pubblica Istruzione, oggi Ministero dell’Istruzione e del Merito, guidato da Giuseppe Valditara. Il neoministro dell’Istruzione e del Merito vanta un curriculum culturale e politico di spessore: è professore ordinario di Diritto romano a Torino, preside dell’Università Europea dei legionari di Cristo, un passato da relatore della legge Gelmini per l’università e insieme ad Alessandro Amadori, ricercatore e politologo, consulente di Matteo Salvini dal 2012, ha scritto la sezione dedicata a scuola e università di È l’Italia che vogliamo (edizioni Piemme, settembre 2022): “Il manifesto della Lega per governare il Paese”, come recita la quarta di copertina. si colloca in continuità con la linea valutazione-premialità-merito che – dai tempi della nefasta riforma dell’autonomia scolastica – ha caratterizzato trasversalmente governi di centro-destra e di centro-sinistra e loro corifei.

Per esempio Angelo Panebianco, che sul “Corriere della Sera” del 31 ottobre, parla – come gli è accaduto spesso negli ultimi anni, trattando di scuola – di cose che non sa. Lo fa con piglio sentenzioso e definitivo, che non lascia posto ad alcun tipo di dubbio: la scuola italiana fa schifo (ipse dixit!) è l’assunto da cui si parte. E la responsabilità del “lungo demerito”, come recita il titolo, non è dei tagli alla spesa per istruzione, una delle più basse dell’area UE; non è del conseguente taglio di saperi e discipline; non è del fatto che siamo costretti in aule spesso dissestate con 30 studenti e studentesse stipati/e all’interno; non è del pensiero unico pedagogico, che ha costretto la scuola italiana nel recinto asfittico delle competenze e della standardizzazione; non è della cosiddetta “licealizzazione”, che ha impoverito l’istruzione tecnico-professionale, un tempo avanguardia della scuola secondaria di II grado; non è – ancora – della distanza tra sistema scolastico del Nord e del Sud (dove non esistono e non sono mai esistiti o quasi scuole dell’infanzia e tempo pieno); né di un reclutamento farraginoso e dagli esiti imprevedibili, di una visione culturalmente e politicamente inaccettabile delle (sempre nuove) tecnologie, da mezzo divenute fine -secondo una propaganda accreditassima all’ex Miur – del processo educativo. Non è infine del fatto che nel corso degli ultimi 10 anni la scuola è stata definitivamente subordinata a logiche di avviamento precoce al lavoro e di profitto, tralasciando qualsiasi dignità e tutela del lavoro stesso (e un velo di silenzio è calato sulla morte di 3 ragazzi, Lorenzo Parrelli, Giuseppe Lenoci e, da ultimo, Giuliano De Seta e sui vari incidenti che si continuano a registrare).

La responsabilità invece, secondo Panebianco, è degli intellettuali, indifferenti per decenni al tema del “merito”: docenti universitari, vincitori di premi letterari, artisti di prosa che non hanno mai preso in carico la stigmatizzazione della scuola italiana, della sua povertà, della sua inadempienza: “Macchina per assorbire occupazione”, sorda al tema della qualità degli insegnanti. “Ci sono, a dispetto dei tanti, molti docenti bravissimi che fanno con passione il loro lavoro. La loro esistenza, però, è un fatto straordinario, un vero e proprio enigma, si può dire”. Naturalmente Panebianco cita con encomio il collega Galli della Loggia che, dalla stessa testata, qualche giorno prima, spiegava che “coloro che fingono di preoccuparsi degli alunni economicamente e socialmente svantaggiati sono i loro peggiori nemici[…].In un posto dove il merito è secondario nessuno è incentivato a studiare duramente. E le possibilità di ascesa sociale si bloccano”. Si unisce al coro persino l’onnipresente e onnisciente Paolo Crepet, che inneggia al merito e trasecola per le posizioni di chi si oppone.

Perché mi soffermo tanto su queste viete e superficiali sentenze? Perché nessuno di coloro che pontificano sulla scuola ha realmente indagato le motivazioni per cui la maggior parte dei docenti e una buona parte di coloro che si occupano realmente di istruzione sia contrario alla parola “merito”. Per costoro tale parola è rappresentabile esclusivamente nel senso del comma 3 dell’art. 34: “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Tutti sfrontati fannulloni? Tutti spregiudicati parassiti? Non direi. Il punto è che il “merito”, nel nostro Paese e temo anche altrove, è stato usato come il randello ideologico per domare un sistema recalcitrante, fino ad ora indisponibile a lasciarsi irregimentare. Il pluralismo e la libertà di insegnamento sono infatti le architravi su cui si basa la scuola della Costituzione, e questi principi hanno contribuito a rinforzare la democrazia nel Paese; ma anche a produrre premi Nobel, ricercatori e ricercatrici che – perché negarlo? perché tacerlo sempre? – assicurano all’Italia un posto di tutto rispetto nella produzione scientifica, in qualsiasi ambito del sapere. Quando tali prerogative vengono sottoposte ad un’azione normalizzatrice, ad un contenimento coatto, alla standardizzazione dei modi di insegnare (e di apprendere), a una valutazione asfittica che pretende di incanalare il processo di apprendimento in una dimensione binaria, in un vero/falso, in un pensiero pedagogico unico (e fortemente piegato ad una logica neoliberista), negando – insieme alla ricchezza dei contenuti e delle pratiche –  la complessità dell’esistente, la valorizzazione della diversità degli approcci, la profondità delle conoscenze, allora, insieme alla scuola realmente emancipante, muore la democrazia nel Paese. Si esautora il Parlamento, si premia la logica delle piccole patrie, si esaspera l’individualismo, si aspira a rimuovere la partecipazione, a mitigare la divergenza, a dire: produci, competi, svetta anche, ti invitiamo a farlo. Ma alle nostre regole e rispetto ai nostri parametri. Che pretendono che tu rimanga confinato nel tuo perimetro; fai il tuo pezzetto di lavoro e non occuparti di altro. Al resto penseranno coloro che noi – decisori ultimi – stabiliamo essere i veri meritevoli. Con questo spirito hanno distrutto la partecipazione al voto, il conflitto sul posto di lavoroe le conquiste di civiltà acquisite con le lotte.

Dobbiamo stare attenti al riacutizzarsi delle voci dei fustigatori della scuola pubblica.
Iniziò proprio così il più grande taglio di tutti i tempi ai danni della scuola, la cosiddetta riforma Gelmini (la “cura da cavallo” di Tremonti &C: 8 miliardi di euro, 120mila posti tra docenti ed Ata). Iniziò con alcuni velenosi editoriali, carichi di disprezzo e risentimento canalizzati sulla scuola italiana, che ebbero la forza di plasmare la coscienza collettiva, di moltiplicare il disgusto della società nei confronti della scuola e dei suoi operatori. La punta di diamante in questo senso fu un editoriale di Pietro Ichino che, suggerendo all’allora ministro dell’Economia – Padoa Schioppa – come risparmiare su una partita stipendiale, consegnava un identikit del docente italiano di straordinario e irrispettoso qualunquismo, identificato nella figura del “prof. M.”, naturalmente meridionale, immigrato in un liceo di Milano, ritardatario, nullafacente, assenteista; insomma, pane per i denti dei futuri castigamatti, da Brunetta in poi, compresi gli (spesso immeritevoli) fan della meritocrazia. Si verificarono in quegli anni alcune indimenticabili esternazioni, che hanno contribuito a determinare una percezione collettiva del nostro lavoro non sempre lusinghiera, che abbiamo avuto noi docenti l’onere di ribaltare, e che preparava il consenso collettivo alle riforme in predicato.

Sebbene il malgoverno della scuola sia stato trasversale – come dimenticare le enormi responsabilità del centro sinistra! – certamente il centro destra si è segnalato per una maggior propensione alla denigrazione e al dileggio. Proprio nel 2007, ad esempio, Gianfranco Fini – che meno di un anno dopo sarebbe divenuto Presidente della Camera – dichiarò al Corriere della Sera: «I nostri figli sono in mano ad un manipolo di frustrati che incitano all’eversione». È solo uno dei tanti esempi, su cui sarebbe inutile insistere, se non per ricordare un fenomeno antropologicamente interessante: il fannullone è spesso (quasi sempre) di sinistra. O, per meglio dire, è “comunista”. Precoce anticipatore di questo connubio divenuto praticamente luogo comune, fu un deputato approdato, dopo alcuni rocamboleschi avvitamenti, in Forza Italia, in carica per 3 legislature, fino al 2008: Fabio Garagnani. Oltre che per una proposta di legge, del 2010, finalizzata a sostituire la celebrazione del 25 aprile (sic!), festa della Liberazione, con il 18 aprile (elezioni politiche del 1948), diventò protagonista di una vera e propria mania delatoria nel 2001, all’epoca Moratti, con la proposta di inserire nelle scuole telefoni-spia per i casi di “estrema politicizzazione, snaturamento dei fatti storici e di attacchi all’attuale governo”, contro i prof “comunisti”, vetero-pifferai inesausti, in cerca di prede indifese: “Segnalare esperienze di metodica e faziosa propaganda politica attuata da certi insegnanti nelle ore di lezione rientra nell’ambito della normale attività di un parlamentare”. Rimane però indimenticabile l’espressione attonita di Massimo D’Alema quando a Ballarò, nel 2009, Berlusconi indicò tra i “poteri forti nelle mani della sinistra le scuole superiori”. Renato Brunetta, uno dei più intransigenti persecutori del fannullone che alberga in ciascuno di noi docenti, autore di ritocchi punitivi su diversi aspetti del nostri lavoro, oltre che dell’omonimo decreto, nel 2010 proferì: “Il sistema [scolastico] costa tanto e rende poco. Non è neanche vero che gli insegnanti sono pagati poco, perché in altri paesi guadagnano di più perché lavorano di più”. Non è vero (lo ammette persino il neoministro dell’Istruzione). Ma, nel gioco alla delegittimazione programmatica, tutto quanto fa spettacolo. Infine, il tormentone “valutazione e merito”, fu indissolubilmente legato, dal 2008, alle indicazioni contenute di un documento di Checchi, Ichino e Vittadini  (i guru della Gelmini, meritevolissima soprattutto per la sua competenza sui neutrini), improntato a suggestioni cielline, neoliberiste e confindustriali, che propose di imporre a tutti gli studenti (su base censuaria e non a campione) la somministrazione di test (si noti che molti Paesi – quelli ai quali si dichiarava di volersi ispirare – stavano retrocedendo rispetto alla quiz-mania dilagante degli ultimi lustri) anche per costruire un’anagrafe degli studenti, che li seguisse nel loro percorso scolastico. Sul fronte degli insegnanti, l’efficacia dell’azione pedagogica così rilevata sarebbe stata legata alla premialità economica (sic!). Il documento non escludeva interventi drastici sulle scuole non produttive. Cadeva il principio della valutazione di contesto; veniva messa in discussione la competenza primaria dei docenti sulla valutazione in nome di una presunta oggettività dei test; venivano inseriti nel mansionario dei docenti voci non contrattualizzate; si scavalcavano presupposti determinanti per l’impianto didattico-pedagogico della scuola italiana. Per giunta, l’affidatario dell’elaborazione e della rilevazione dei test – l’Invalsi – diventava un istituto alle dirette dipendenze del Ministro, controllato da commissari straordinari e da un comitato d’indirizzo fin dall’inizio in orbita CL.

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Sospendo qui il tragicomico repertorio, che meriterebbe ben altra trattazione, con interventi di esponenti anche di altri orientamenti politici e sempre sottolineando la connivenza scandalosa che il PD e i suoi antenati hanno mantenuto con questo approccio: ricordo semplicemente la proposta di Bianchi, ministro uscente, sul ri-addestramento degli insegnanti, sulla formazione obbligatoria e sul docente esperto.
Il ministro Valditara sorvola completamente su alcuni aspetti che pure hanno riempito le pagine dei giornali: l’emergenza educativa, psicologica e cognitiva, rappresentata dall’abuso di strumenti tecnologici; la questione della sicurezza delle scuole, mentre passa inosservato il 20esimo anniversario del crollo della scuola di San Giuliano (i 27 bambini morti assieme alla loro maestra oggi avrebbero 26 anni, facevano la prima elementare); il rapporto alunni-docente, con il fenomeno ancora esistente delle “classi pollaio”, vulnus non solo alla sicurezza, ma al diritto ad un corretto processo di insegnamento-apprendimento; la condizione dei precari della scuola, che si riversa sugli istituti scolastici e sui destini dei docenti in tutta la sua drammaticità. Questioni pratiche, non principi, così lontani ormai dalla mente e dalla prassi di chi si occupa amministrativamente di scuola.

Invece, a farla da padrone è il randello della valutazione e del merito, vecchio compagno degli esordi di ogni ministro – di destra e di sinistra – che abbia occupato la scrivania di Viale Trastevere, questa volta impugnato con preoccupante convinzione, attraverso parole, promesse e minacce che tuttavia non suonano poi così originali. Abbiamo infatti imparato a riconoscerle, e a rubricare come propaganda istituzionale trasversale espressioni come “ridare autorevolezza ai docenti” attraverso “una vera e riconosciuta carriera”, con funzioni differenziate e adeguatamente retribuite (“se si richiede qualità, si deve anche pagarla”), alle quali accedere attraverso una valutazione positiva dell’istituto scolastico “previa certificazione di appositi periodi di formazione”. Valditara nelle sue esternazioni indugia poi su alcuni principi (“Una nazione senza identità è come un uomo senza qualità”), centrati sulla “conoscenza del nostro passato, dei valori posti a fondamento della nostra civiltà”, che mal si attagliano alle sue recenti e repentine esternazioni sull’autonomia differenziata, di cui è stato grande sostenitore in campo universitario. La dispersione scolastica viene affrontata attraverso la modifica dell’attuale struttura ordinamentale, passando “dalla logica del ‘diplomificio’ a un modello di formazione scolastica che privilegi lo sviluppo individualizzato dei talenti e delle corrispondenti competenze” e che “non lasci indietro nessuno”. In continuità con alcune considerazioni/convinzioni di Galli della Loggia (la nostra “non è una scuola dell’eguaglianza perché non è una scuola del merito”), Valditara sostiene in una recentissima intervista che «La scuola oggi è una scuola classista […] Non è la scuola dell’eguaglianza e non aiuta i ragazzi a realizzarsi costruendosi una soddisfacente vita adulta. La dispersione è al 12,7 per cento, se aggiungiamo quella implicita (cioè di chi ha il diploma ma non le competenze minime), sale ad un preoccupante 20 per cento […] Parte da questa consapevolezza la sfida del merito, che dà sostanza alla parola Istruzione». E ancora: «Occorre una più incisiva personalizzazione dei piani di studio, anche con una articolazione della funzione docente, che consenta di coltivare le potenzialità di tutti, sostenendo chi è in difficoltà e alimentando le capacità dei più bravi […] È inoltre fondamentale potenziare l’istruzione tecnico-professionale che va costruita in filiera con l’istruzione tecnica superiore». Come? «È con questo spirito che propongo una grande “alleanza per il merito” alle famiglie, al sistema-scuola, alle parti sociali: un’alleanza che permetta ad ogni studente, con la doverosa attenzione agli alunni con disabilità e bisogni speciali a cui va garantita stabilità di sostegno, di perseguire quel “pieno sviluppo della persona umana” affermato nell’articolo 3 della Costituzione». Bastone e carota, al solito.

Ma bisogna guardare anche al merito degli insegnanti, dice, che «significa riaffermare il loro alto ruolo sociale, strategico per lo sviluppo del Paese, riconoscendo anche economicamente impegno e competenza. Mi batterò perché quella del docente torni a essere una figura autorevole, caratterizzata dal rispetto, dalla dignità e dal decoro […[ La scuola del merito deve educare all’impegno e alla responsabilità e deve pretenderli». Avanti tutta sull’autonomia regionale differenziata nella scuola, poi, ha annunciato sin da subito il nuovo ministro. È il progetto eversivo di segmentazione della scuola, la vera e propria spina dorsale del Paese, con sistemi scolastici di serie A, B e persino Z e con la conseguente abolizione del valore legale del titolo di studio, espressione del principio di uguaglianza. Da questo punto di vista il combinato tra due fan genuini della “secessione dei ricchi” (Valditara e Calderoli) fa davvero paura.
Pensavamo, come si dice a Napoli, che “più nero della mezzanotte non può venire”. Forse siamo stati eccessivamente ottimisti.



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