Uno spettro si aggira per le scuole: la valutazione degli insegnanti

Sottoporre a valutazione il lavoro del personale docente, come annunciato dal Ministro Bianchi, rischia di portare alla definitiva aziendalizzazione della scuola pubblica.

Carlo Scognamiglio

Da qualche giorno rimbalza sui principali canali d’informazione la notizia relativa all’atto di indirizzo del Ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, a proposito dell’opportunità di introdurre meccanismi sistematici per la valutazione del lavoro nelle singole istituzioni scolastiche. I più maliziosi potrebbero essere indotti ad associare la diffusione di tale annuncio alla contestuale trattativa per l’adeguamento contrattuale del personale docente, alludendo a un deterrente ministeriale finalizzato a trattenere verso il basso le concessioni salariali, o a una velata proposta di introdurre differenziazioni stipendiali in base al “merito”. Ma il problema è più complesso.

Quello che si legge nell’atto di indirizzo del Ministro, in realtà, è questo: «Occorre promuovere e potenziare l’attività di valutazione delle scuole, dei dirigenti scolastici e del personale docente, valorizzandone gli esiti, anche a supporto del processo di sviluppo dell’autonomia scolastica. A tal fine, è importante dare avvio ad un processo di revisione e rafforzamento del Sistema nazionale di valutazione, quale strumento di accompagnamento delle istituzioni scolastiche, nell’ottica di un impegno costantemente orientato al miglioramento della qualità della propria offerta formativa. Tale obiettivo verrà raggiunto anche attraverso il potenziamento del contingente del corpo ispettivo». Per completezza d’informazione, occorre precisare che l’Atto di indirizzo non è stato pubblicato adesso, ma è disponibile sul sito web del ministero dal 16 settembre scorso.

Al di là di ogni supposizione, non necessaria quando non supportata da dichiarazioni esplicite, è interessante fare almeno due brevi osservazioni per chiosare l’annuncio, ancora generico, relativo all’intenzione di sottoporre a valutazione il lavoro del personale docente.

In primo luogo suggerirei di associare, a suddette intenzioni, la proposta di bando per l’immissione in ruolo di nuovi insegnanti, sia per il primo che per il secondo grado di istruzione. La selezione in ingresso (udite-udite, oh cultori della meritocrazia!) sarà determinata da un test a risposta chiusa (“a crocette”, come si suol dire) e un colloquio di ben 30 minuti (sic!). Ecco: questo è il criterio selettivo individuato dall’attuale esecutivo. Si tenga conto, inoltre, che da anni simili prove concorsuali registrano enormi difficoltà nella costituzione delle commissioni d’esame, a causa dell’esiguo compenso previsto per i membri destinati a gestire la selezione. Adesso proviamo ad accostare questo meccanismo di reclutamento alla dichiarata intenzione di migliorare il sistema formativo con un processo di valutazione e valorizzazione del personale docente. Qualcosa stride, evidentemente.

In secondo luogo, occorrerebbe interrogarsi più in profondità sul senso di un processo valutativo rivolto al personale scolastico. Non stiamo parlando di un espediente retorico interno a una dinamica contrattuale, ma ci troviamo di fronte a una proposta molto seria, che richiede – come è giusto in un sistema democratico – quanto meno un esercizio critico nella valutazione della stessa. In altri settori della pubblica amministrazione, e in certa misura anche nell’università, questo processo è già stato avviato. Anche nella scuola, non è affatto una novità, è un’istanza che riaffiora ciclicamente.

Da quanto si legge nei diversi articoli di approfondimento (si fa per dire, ovviamente) apparsi online in questi giorni, le opzioni sul tappeto sarebbero tre: (1) aumentare il numero degli ispettori scolastici, (2) attivare delle procedure standardizzate con il supporto di INVALSI, (3) resuscitare il Comitato di valutazione “rafforzato” (uno degli elementi portanti dell’intera impalcatura della “Buona Scuola”).

Esiste in realtà anche una quarta opzione: la combinazione di due o tre dei succitati elementi. Da un punto di vista ermeneutico, oserei dire che la prima opzione è da escludere. Ha il sapore di scuola repubblicana, nuove assunzioni pubbliche (ci vorrebbe un numero di ispettori almeno venti volte superiore a quello attualmente in servizio), e potrebbero profilarsi come figure che intervengono nei singoli istituti con atteggiamento dialogico, con un approccio per lo più legato a un’indagine qualitativa. Dunque anti-economico secondo gli standard attuali, e poco compatibile con l’ideologia del New Public Management, che da anni spinge per trovare un compimento nella scuola italiana. Probabilmente ci sarà qualche assunzione in più nella funzione ispettiva, ma dubito che sarà questo il perno su cui costituire un sistema organizzato di misurazione del rendimento professionale. La seconda opzione è più pragmatica, tuttavia l’INVALSI gode nel Paese di simpatie contrastanti, e nell’immaginario di chi insegna è spesso associato a un superficiale conformismo valutativo, per cui tenderei ad escludere – per eccessiva impoliticità della scelta – l’opzione di un coinvolgimento diretto dell’ente esterno per la valutazione dei docenti. Più probabile, invece, una combinazione del secondo e del terzo elemento: l’INVALSI predisporrebbe delle griglie, confezionate con l’etichetta “strumento di misurazione oggettiva”, da mettere a disposizione dei Comitati di valutazione.

Consapevoli della propria forza persuasiva all’interno di tali comitati, i Dirigenti Scolastici, mediante alcuni portavoce di una nota associazione sindacale, hanno rivendicato un ruolo cruciale nel processo di valutazione degli insegnanti. Qualunque lettrice o lettore, soprattutto se lavora nella scuola, potrà intuitivamente comprendere cosa accadrebbe se eventuali scatti stipendiali, in futuro, saranno mai derivabili da una valutazione “guidata” dal capo d’Istituto. Al di là della buona fede di tanti ottimi Dirigenti, un simile dispositivo determinerebbe lo sgretolamento definitivo dell’autonomia dei docenti all’interno degli Organi Collegiali, e dunque il tramonto sostanziale della già agonizzante democrazia scolastica, compiendo definitivamente la trasformazione del modello di funzionamento della scuola pubblica in struttura aziendalizzata.

Se attualmente non si parla ancora di agganciare tali esiti valutativi alla progressione economica, non si tratta di un pensiero recondito. L’espressione “valorizzazione del merito” allude a questo. Abbiamo già conosciuto il cosiddetto “bonus premiale” della legge 107, e anche lo scorso anno è stata avanzata la proposta del necessario transito attraverso la strettoia del Middle Management per avere accesso al concorso per Dirigenti. Il che si può tradurre in termini più prosaici: solo quei docenti che si saranno prestati a svolgere mansioni aggiuntive per far funzionare un’istituzione articolata come la scuola, in cambio di compensi accessori spesso inadeguati e condizioni di lavoro non sempre decifrabili, potranno domani accedere all’unico possibile avanzamento di carriera previsto per un docente. Sempre più spesso, infatti, il merito di un insegnante viene considerato sulla base della sua disponibilità a svolgere mansioni “altre” rispetto alla docenza, mentre la passione, il desiderio, lo studio e la capacità tecnica di progettare percorsi educativi importanti per la comunità scolastica, appaiono estranei a ogni criterio valutativo, e sempre più spesso considerati elementi del tutto secondari, forse addirittura guardati con sospetto. Tuttavia questo è un discorso più ampio, che ho già approfondito altrove.

Lo “spettro” della valutazione non desta preoccupazione per l’indagine in sé, che potrebbe avere le sue ragioni di legittimità, ma in quanto appare sospinto da una pulsione storica regressiva, non emancipatrice: ricevere uno stipendio dignitoso e adeguato al proprio profilo professionale è un diritto sacrosanto (tra l’altro sancito da un bel libro novecentesco, intitolato Costituzione italiana), e allora occorre riflettere con attenzione, perché – sebbene non sia stato annunciato alcun ancoraggio della retribuzione alla valutazione – l’introduzione del parametro meritocratico rischia di essere funzionale a una messa in discussione della naturale esigibilità di diritti fondamentali.

 

(credit foto ANSA/ANDREA FASANI)



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