I sacri palazzi tra scandali e riforme. Intervista a Gianluigi Nuzzi

Tra scandali e crisi della fede, la Chiesa sembra vivere uno dei suoi periodi di maggior difficoltà. Che bilancio possiamo fare del pontificato di Bergoglio a otto anni dal suo insediamento? Ne parliamo con il giornalista Gianluigi Nuzzi, autore de “Il libro nero del Vaticano” (edizioni Chiarelettere).

Roberto Vignoli

Nelle 1.154 pagine di Il libro nero del Vaticano di Gianluigi Nuzzi (Chiarelettere, 2020) sono raccolti in una nuova edizione, arricchita di testi inediti, i cinque saggi che il giornalista, conduttore e scrittore ha dedicato alla Santa Sede. Un imponente lavoro giornalistico, frutto di dieci anni di inchieste e oltre 15mila documenti, su 50 anni di segreti, scandali e giochi di potere in Vaticano, dal pontificato di Paolo VI fino ai tentativi di riforma di Francesco. Ne parliamo con l’autore.

Tra scandali e crisi della fede, la Chiesa sembra vivere uno dei suoi periodi di maggior difficoltà. Che bilancio possiamo fare del pontificato di Bergoglio a otto anni dal suo insediamento? Alcuni osservatori ritengono che le iniziali speranze di rinnovamento si stiano rivelando illusorie.

Le critiche nei confronti di Francesco sono comprensibili ma anche un po’ ingenerose. Il Vaticano oggi non è più quello del riciclaggio del denaro e della criminalità organizzata degli anni bui di Marcinkus, Calvi, Gelli e Ortolani. Con il pontificato di Bergoglio sono state messe in cantiere riforme importanti, alcune avviate già nell’ultimo periodo del pontificato di Ratzinger. Sono stati introdotti il reato di riciclaggio, principi contabili per la trasparenza e sono stati uniformati i criteri contabili fra le varie amministrazioni. Ad esempio, all’Apsa, che potremmo definire la Banca Centrale del Vaticano, c’erano conti correnti occulti. Oggi l’Apsa ha visto un cambiamento sia nei criteri di gestione sia nelle persone che vi lavorano. Papa Francesco ha poi acceso un faro su un altro ufficio molto defilato ma potentissimo, la sezione amministrativa della Segreteria di Stato, quella che nel libro definisco una sorta di terza banca all’interno della Santa Sede. Adesso in Vaticano possono esserci scandali come quello della compravendita del palazzo di Londra, o come quello che ha coinvolto il cardinale Becciu, ma ormai riguardano individualità e fatti personali, non più le strutture.

Un altro fronte su cui ha cercato di intervenire Bergoglio, come documenta nel libro, è quello dell’arretratezza della macchina della giustizia vaticana.

Sì, la giustizia vaticana non ha più quella dimensione un po’ allegorica che aveva nei precedenti pontificati, quando di fatto non venivano celebrati processi. Bergoglio si è fatto promotore di diverse leggi, ha rafforzato l’ufficio del pubblico ministero e ha scelto un magistrato, l’ex procuratore capo di Roma Pignatone, come nuovo presidente del tribunale Vaticano.

Nel libro scrive che Bergoglio “a differenza di Wojtila e Ratzinger ha mantenuto le deleghe temporali, teologiche ed evangeliche, caratterizzando fortemente questo pontificato, incentrato sulla sua figura”. Come è cambiata la mappa del potere all’interno del Vaticano?

Da buon gesuita, Bergoglio ha portato nei posti di comando personaggi asimmetrici rispetto alle vecchie logiche di potere. Ha ridotto la presenza un tempo soffocante di cardinali e vescovi italiani nella macchina gestionale vaticana. Nel concistoro vengono elevati meno cardinali di nazionalità italiana rispetto al precedente pontificato, quando Tarcisio Bertone, segretario di Stato, influenzava Ratzinger nelle scelte “autonome” dei cardinali, privilegiando gli italiani. Prima in Vaticano c’erano le tre B a cui veniva attribuito buona parte del potere della Curia romana: il segretario di Stato Bertone, il sostituto Becciu e Ballestrero che lavorava in Segreteria di Stato ed era molto importante. Il primo a saltare è stato Ballestrero: coinvolto in una brutta inchiesta, è stato mandato in missione in Africa. Poi è stato il turno di Bertone, ormai privo di quella capacità d’influenza che aveva un tempo. E l’ultimo è stato Becciu l’anno scorso, ridotto nei suoi poteri da Bergoglio con una mossa sorprendente.

Dove invece i tentativi di riforma continuano a segnare il passo?

Nel 2013, poco prima della rinuncia, Ratzinger aveva creato un gruppo di lavoro riservatissimo affinché tutti gli enti e gli istituti religiosi nel mondo adottassero gli stessi criteri contabili nella gestione del denaro, il primo passo per poter poi controllare con efficacia entrate e uscite. Questo progetto ha incontrato molte resistenze ed è rimasto nel cassetto, perché è evidente che sarebbe d’ostacolo a tutti quegli interessi privati, non necessariamente illegali, ma opachi, personali, orti e orticelli, e darebbe omogeneità alla gestione contabile degli enormi flussi di denaro, offerte e lasciti da eredità che finiscono nel ventre della Chiesa cattolica nel mondo. Un altro settore dove Francesco sta incidendo poco è nella lotta alla pedofilia. Nonostante le sue dure prese di posizione, il processo sul caso “Spotlight” per individuare i responsabili delle coperture non lo abbiamo ancora visto.

Nel suo precedente volume, “Giudizio Universale” (Chiarelettere, 2019), scriveva che il deficit strutturale potrebbe portare il Vaticano al crack finanziario in cinque-sette anni. È davvero così grave la situazione economica della Santa Sede?

Il rischio è reale ma probabilmente meno imminente di quello che sembrava all’epoca. È stata fatta una spending review e la spesa è molto più attenta rispetto agli anni precedenti, anche nella gestione del personale e nel pagamento di consulenze, tutte voci pericolose che rischiano di creare emorragie nei conti dello Stato. Permangono però punti interrogativi, per il semplice fatto che ci sono processi non reversibili: la diminuzione delle offerte e del numero di fedeli nei paesi più ricchi, due effetti della crisi della fede che sta attraversando il mondo.

Per le sue inchieste ha subito un processo in Vaticano con l’accusa di mettere a rischio la sicurezza economica della Santa Sede, accusa da cui è stato assolto. Nel libro scrive che questo atteggiamento oscurantista sta cambiando. È davvero così?

Proprio in queste settimane è in corso in Vaticano il processo sugli abusi denunciati dai chierichetti del Papa. Un caso nato da un mio libro, dove avevo evidenziato l’insabbiamento di una serie di denunce. Bergoglio ha tolto la prescrizione con un provvedimento ad hoc per verificare se effettivamente ci siano stati abusi. Quindi, sì, la direzione del processo è positiva e c’è più trasparenza, ma la velocità è insufficiente.

Un’ultima domanda. Da attento osservatore di quel che accade Oltretevere, come pensa saranno i rapporti tra Bergoglio e il nuovo governo Draghi che, rispetto all’esecutivo Conte, pare caratterizzato da un profilo più cattolico conservatore?

Difficile prevederlo. Lega e Movimento 5 Stelle hanno rapporti con mondi molto diversi all’interno del Vaticano. La Lega ha relazioni con quella Chiesa più tradizionalista sempre presente, mentre il Movimento 5 Stelle dialoga molto di più con gli esponenti della Chiesa bergogliana. Credo che il grande tessitore sarà il presidente del Consiglio Draghi, perché avrà più potere. Dovendo gestire un’alleanza così composita, nessuno lo influenzerà più di tanto. Bisogna poi tener conto che, rispetto ai precedenti papi, Bergoglio è quello che è meno sensibile alla politica italiana. Ad esempio, nei mesi scorsi è stata la Conferenza episcopale a prendere posizione contro la riforma della legge sull’omofobia, non Bergoglio. Non è una differenza da sottovalutare.

 

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