Verona, la città in fondo a destra: dal fascismo al fascismo

La singolarità del caso Verona, il laboratorio italiano della destra radicale. Un estratto dal nuovo libro di Paolo Berizzi, “È gradita la camicia nera”, edito da Rizzoli.

Paolo Berizzi

Durante il fascismo Verona è stata un centro nevralgico: il fascismo storico l’ha vista come uno snodo, quello repubblicano l’ha elevata a «capitale» della Repubblica sociale italiana. Da allora, al netto di quarant’anni di governo democristiano, di un decennio di proto-fascioleghismo e di quattro anni di destra sovranista, il nero si è preso la pancia della città. E non l’ha mai lasciata.

Oggi Verona rappresenta un caso unico nel panorama nazionale. Le sue peculiarità meritano di essere osservate anche da oltre confine perché il laboratorio italiano della destra sovranista e radicale è qui, sul proscenio e nelle pieghe di una città meravigliosa, che deve la sua fama mondiale a Shakespeare e a quel falso storico straordinario che è il balcone di Giulietta. Ma che, nell’immaginario collettivo, è associata a uno stereotipo che assomiglia ormai a una specie di marchio di fabbrica. «Verona è nera», rivendicano da anni gli ultrà neofascisti. «Verona ai veronesi», ripetono i loro padrini a palazzo.

Un’affermazione non smentibile, in effetti. Per confermarla basta tirare i fili di un percorso iniziato quando l’Italia non era ancora una repubblica democratica. Un percorso che oggi continua, declinato in nuove forme solo apparentemente disomogenee, ma unite intorno a un calco che sembra clonare sé stesso in modo permanente. Esiste, ormai, una modalità-Verona. Un «rito veronese» che è combinazione di elementi interconnessi: patriottismo locale, populismo etnico, tradizionalismo, identitarismo travestito da usanza popolare, ultracattolicesimo, neofascismo, neonazismo.

Il risultato è una strana forma di sovranismo provinciale, deformato e intollerante, dai tratti tribali e autoritari. Un’ossessione territoriale che – in alcuni settori della politica e della società – sfocia in una xenofobia diffusa. Per poi trasformarsi in razzismo esplicito. A rappresentare e a esibire ufficialmente questo pacchetto di disvalori è una minoranza, certo. Ma la singolarità del caso Verona sta proprio nel fatto che la «minoranza» intercetta un sentimento che travalica il suo perimetro breve e si estende a una più ampia «zona grigia»: fasce di popolazione che, sebbene non aderiscano in modo formale a certe campagne e a certi slogan, nemmeno li rifiutano. Neppure nelle loro angolazioni più estreme. Di più: di queste pulsioni diventano, a loro volta, un formidabile catalizzatore. Il risultato, per assurdo, è che la «minoranza» gioca da protagonista. Assurge a «maggioranza ombra» e il messaggio che si deposita è il suo. E così nel dibattito pubblico la pancia della città sembra prevalere sul pensiero, il nichilismo sulla ragionevolezza e sulla visione razionale della realtà. Paladini e custodi del «rito veronese» sono i butèi, i «bravi ragazzi» di Verona. Di destra, cattolici, ultrà dell’Hellas, refrattari ai cambiamenti, ostili verso tutto ciò che può minare le basi della cultura o subcultura locale. Pronti a difendere il territorio, a fare «resistenza etnica» e a tenere il mondo fuori dalle mura della città («Non c’è mondo per me al di là delle mura di Verona: ma purgatorio, tortura, l’inferno stesso…» dice il Romeo di Shakespeare).

Nel 2021, per andare alla radice della rappresentazione che la città offre di sé, e della sua immagine, non è fondamentale sapere se e quanto i butèi che vanno in giro con le felpe e le polo con il logo identitario delle arche scaligere (indossate anche dal sindaco Federico Sboarina), e che continuano a crescere nel brodo di coltura dell’odio verso il «diverso» – diverso da loro –, conoscano di ciò che Verona ha rappresentato dal 1920 al 1945. E dagli anni Cinquanta all’inizio del terzo millennio. Ma per introdurre questo viaggio occorre ricordarlo. Anche a loro. Nero era il colore dello sparuto drappello di «diciannovisti» capeggiati da Italo Bresciani, fondatore e segretario del piccolo Fascio di Verona, il «terzogenito», nato appena due giorni dopo la fondazione a Milano, il 23 marzo 1919, dei Fasci di combattimento. Nera fu l’evoluzione in città del Partito nazionale fascista. Nerissima, si potrebbe dire. In un clima avvelenato da turbolenze e rissosità, le beghe politico-affaristiche tra dirigenti – segnati da personalismi e corruzione – costituirono un caso a cui i vertici nazionali erano costretti a mettere continuamente mano. Con scarso successo. Le relazioni dei prefetti informavano Roma sulle poco edificanti vicende veronesi: i gerarchi erano ladri, assassini, puttanieri, ricattatori. Nell’agosto del 1920 la prima visita di Mussolini in città: il futuro duce atterra con un Aviatik nella scalcinata piazza d’armi di stradone Santa Lucia. Diciotto anni dopo, un’altra visita. Trionfale. In un’Arena gremita le camicie bianche delle Giovani italiane formano la scritta DVX tra le camicie nere. È l’immagine seppiata preferita dai camerati scaligeri. Un’immagine che oggi, a qualcuno, piacerebbe fosse cartolina della città. Ancora un po’ di storia, perché il «passato» ha un peso. Dopo l’8 settembre 1943 Verona diventa il teatro di fondazione della Repubblica sociale italiana, sede di cinque ministeri e di importanti comandi tedeschi. Il nome della città si incide dunque anche nella storia del fascismo repubblicano: accostato prima al manifesto di Verona (il piano programmatico per il governo della RSI, in cui si definivano gli obiettivi politici del Partito fascista repubblicano, nato dalle ceneri del Partito nazionale fascista) e poi al celebre processo di Verona, che condannò Galeazzo Ciano e altri gerarchi accusati di avere tramato con Badoglio per fare arrestare Mussolini. Avvitata ormai intorno a un destino che sembra in qualche modo già scritto e a proprio agio con un potere che ha interesse a conservare, la città scelta da Shakespeare si avviò a consolidare la sua collocazione e il suo «ruolo». Da predestinata.

È sempre a Verona che, tra il 1943 e il 1945, il comando generale della Gestapo allestisce la sua base in Italia. Da un palazzo di corso Porta Nuova – in questo libro entreremo anche lì, e sarà una visita sorprendente – gli ufficiali della polizia nazista reprimono la resistenza all’occupazione tedesca e alla RSI. Chi si oppone viene interrogato, torturato, deportato. Il dopo è un cammino lento ma inesorabile. Una passeggiata all’insegna di una continuità ideale e cromatica. Scavallate le vicende del MSI degli anni Cinquanta, in un cupo divenire la «Verona nera» si alimenta del lascito della storia e di una certa ignoranza diffusa nel dopoguerra. Mentalità fascistoide («Dio, patria, famiglia»). Esclusione del diverso. Costruzione della paura. Protezionismo e desiderio di autodeterminazione. Intolleranza. Omofobia. Sono queste le derive che innervano la città e si tirano dietro parte del tessuto della provincia. Una provincia che – ed ecco il secondo passaggio di boa di questo percorso – negli anni Settanta offre il suo alveo all’eversione nera.

Il territorio scaligero diventa un crocevia per diverse organizzazioni neofasciste: la Rosa dei Venti del generale Amos Spiazzi, Ordine Nuovo; la sanguinaria sigla Ludwig – responsabile di dieci «omicidi per caso» – e il Fronte Nazionale di Franco Freda sono gli zii. Poi sono arrivati i nipotini. Che portano avanti la tradizione della «ditta». Neri sono i movimenti che, da metà anni Ottanta, mettono radici a Verona. Collegati come vasi comunicanti alle frange più violente e razziste della curva sud dello stadio Bentegodi, regno della tifoseria dell’Hellas. Un’agorà dell’eccesso, del fanatismo calcistico, del tifo più estremo e politicizzato.

Serbatoio e insieme palcoscenico. I gruppi si chiamano Veneto Fronte Skinheads, Forza Nuova, Casa Pound, e l’ultima nata, la neonazista Fortezza Europa. Piantate le radici in un humus caratterizzato da una visione tradizionalista, oscurantista e retrograda della società, forte di una rappresentanza per nulla marginale nel governo cittadino, la neofascisteria veronese va a braccetto con la politica in doppiopetto e con la parte più conservatrice della Chiesa cattolica: quella preconciliare, attraversata da venature lefebvriane, che porta avanti crociate contro i diritti di gay e lesbiche, che combatte il gender e mal sopporta gli immigrati, che celebra il tradizionalismo e benedice solo la famiglia tradizionale.

Da più di vent’anni a Verona l’estrema destra fa sistema. Agisce in modo sfacciato, osa, sperimenta. Riesce persino a dettare la linea. Non è solo un interlocutore imprescindibile per le amministrazioni: sembra svolgere quasi la funzione di faro. I neofascisti mettono il cappello su convegni di stampo medievale dove vengono distribuiti feti di plastica (il Congresso mondiale delle famiglie che consacra Verona prima città reazionaria d’Italia), influenzano la cultura con eventi e testi revisionisti e negazionisti, sfilano con gli integralisti cattolici devoti alle Pasque veronesi, alimentano l’ossessione securitaria e si ergono a difensori della «razza Piave». E intanto inneggiano a Mussolini, Hitler, Priebke, Degrelle. I criminali nazifascisti tanto cari all’ala più dura della tifoseria dell’Hellas. Nel retrobottega di questa officina, metapolitica più che politica, tra saluti romani dentro e fuori il palazzo, provocazioni, proposte e provvedimenti oscurantisti, si è creato un clima di chiusura e di prevaricazione che a un certo punto si è fatto «istituzionale». Questo passaggio avviene nella cornice di un luogo geografico dove la violenza verbale diventa spesso violenza praticata. In alcuni casi omicida. Le folli gesta criminali dei due serial killer dietro la sigla di Ludwig hanno tracciato il solco. Hanno preparato il terreno a una lunga, certo meno sanguinaria, stagione di aggressioni e pestaggi. Una scia che ha il suo snodo più drammatico nell’omicidio di Nicola Tommasoli, massacrato nel 2008 da un branco di giovani neofascisti nel centro della città.

La deriva veronese è da tempo sotto gli occhi del Paese. O almeno di quella parte che non sposta lo sguardo. Ma un’opinione pubblica distratta, l’inerzia della politica e delle istituzioni e una narrazione edulcorata da parte dei media le hanno permesso di restare confinata in una dimensione «chiusa», periferica, di sostanziale «accettabilità». Un paradosso, se si tiene conto della progressione reazionaria innescata da una parte della politica locale e dalla serialità delle vicende registrate dalla cronaca. Vicende che hanno contribuito massicciamente e plasticamente a rafforzare quello che molti, per derubricare o minimizzare, considerano solo uno stereotipo. Eppure, come vedremo, quest’etichetta la Verona nera non la rifiuta affatto, anzi: ama indossarla come fosse uno smoking. Verona non è più semplicemente la città in fondo a destra. È una città compressa dentro il suo corpo, una città che tiene schiacciata nell’ombra – mediaticamente – l’altra Verona. La Verona laica e cattolica ma comunque aperta e progressista, che rifiuta ogni forma di razzismo così come la macchiettistica definizione di nuova «Vandea d’Europa», che le è stata appiccicata da Forza Nuova.

Il momento di svuotare il vaso nero di Verona è arrivato. Ciò che esce fuori va mostrato agli occhi dell’Italia e dell’Europa. Perché sono storie e questioni che non possono più restare inevase. Insieme ai profili e alle parabole dei loro controversi protagonisti hanno la forza di interrogarci, di bucare il velo della connivenza, della convenienza, del calcolo, dell’ipocrisia, del benaltrismo e della banalizzazione, di smuovere gli ignavi e svegliare le coscienze. Perché oltre le mura della città, e anche dentro, c’è un mondo pieno di colori da riscoprire e da rimettere nella tavolozza della società civile. Perché di fronte al mondo la città dell’amore non può essere anche la città dell’odio.

 

(credit foto PixImago/D-Day/ANSA)



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