Via Gradoli e la seduta spiritica dei professori

L’ultimo libro di Antonio Iovane, già autore de “Il brigatista”, ricostruisce in un romanzo-inchiesta le circostanze culturali e politiche della seduta spiritica a cui alcuni accademici democristiani, tra cui Romano Prodi, dichiararono di aver partecipato il 2 aprile del 1978, a poche settimane dal rapimento di Aldo Moro.

Mariasole Garacci

Nella sua Introduzione allo studio della storia moderna (Il Mulino, 1999), lo storico emiliano Paolo Prodi – Accademico dei Lincei considerato tra i massimi studiosi di storia del diritto e storia della Chiesa – recuperava il concetto weberiano di “dis-incantamento del mondo” interpretando come passaggio cognitivo fondamentale, nella periodizzazione della storia moderna, quel processo di organizzazione dottrinale e comportamentale, segnato dalle varie sessioni del Concilio di Trento, con cui la Chiesa del XVI secolo tentò di comprimere e dirigere le più irrazionali manifestazioni di spiritualità che, soprattutto fuori dai grandi centri cittadini, sopravvivevano in Europa. Con dis-incantamento, o anche de-magificazione della realtà, non si intende, certamente, denominare un trionfo della laicità o della libertà di pensiero (basti citare i processi al mugnaio friulano Menocchio raccontati da Carlo Ginzburg). Sebbene, anzi, coincida con una violenta repressione delle riforme e di tutto ciò che non poteva essere assoggettato alla nuova disciplina (stregoneria, eresia), proprio in esso, secondo lo storico emiliano, era da individuare un primo movimento verso la laicizzazione della società: un Dio trascendente e separato dal mondo degli uomini avanzava, in contrapposizione con l’immanentismo pagano, un primo grado di autonomia dalla sfera del sacro, liberando la vita quotidiana dalla presenza ingombrante di spiriti, demoni e altre divinità minori che possono celarsi in ogni animale, oggetto, luogo. Quelle presenze, benigne o maligne, misteriose, inquietanti, imprevedibili, in cui l’uomo superstizioso può imbattersi in ogni momento, tornando dal lavoro dei campi la sera o attraversando un crocicchio segnato da un altare.

La delimitazione di ciò che al fedele è lecito credere, al di fuori di cui si spalanca il territorio della superstizione (divinazione, magia, sedute spiritiche, riti privati) è tuttora fondamentale per la Chiesa cattolica, che nel suo catechismo biasima severamente il “ricorso a Satana o ai demoni, l’evocazione dei morti o altre pratiche che a torto si ritiene che svelino l’avvenire” così come “la consultazione degli oroscopi, l’astrologia, la chiromanzia, l’interpretazione dei presagi e delle sorti, i fenomeni di veggenza, il ricorso ai medium”, che “manifestano una volontà di dominio sul tempo, sulla storia ed infine sugli uomini ed insieme un desiderio di rendersi propizie le potenze nascoste” (CCC 1992: parte III, sezione II, capitolo I, articolo 1).

Paolo Prodi, appartenente a una famiglia cattolica, era il terzo di sei fratelli tra cui si annoverano due fisici, un matematico, un oncologo, e un noto accademico, politico, economista e dirigente. Una famiglia cattolica ma votata (si direbbe, a questo punto, senza contraddizione morale e intellettuale), alle discipline scientifiche e al pensiero razionale. Eppure, proprio uno di questi fratelli, Romano, fu coinvolto in una delle manifestazioni più assurde e paradossali di permanenza del pensiero magico nella cultura italiana. Stiamo parlando della seduta spiritica in cui, il 2 aprile del 1978, un gruppo di accademici ed economisti democristiani riuniti per un pranzo domenicale in una villa a Zappolino, in provincia di Bologna, affermò di aver ricevuto dagli spiriti dei defunti Luigi Sturzo e Giorgio La Pira indicazioni sul luogo dove si trovava Aldo Moro, rapito quel 16 marzo. Come fu possibile che queste persone (Romano Prodi, appunto, e poi Mario Baldassarri, Alberto Clò e altri nove adulti tra amici e consorti) mettessero in scena una storia che faceva acqua da tutte le parti e che Cossiga definì, in seguito, “un’onesta baggianata” finalizzata, evidentemente, a trasmettere informazioni senza essere costretti a rivelare la loro fonte?

La seduta spiritica, il libro di Antonio Iovane appena pubblicato da minimum fax, ricostruisce quell’episodio come un racconto-inchiesta: si definisce “romanzo”, ma con questo genere gioca liberamente attingendo una godibile discorsività alla finzione e al reportage, usando interviste e autobiografia, mettendo in fila elementi, testimonianze e contraddizioni. È una ricostruzione indiziaria il cui scopo non è la soluzione del giallo (se è lecito chiamare così uno degli episodi più drammaticamente seminali della storia italiana contemporanea), ma rilevare, attraverso la narrazione, la temperatura (im)morale che dissolve il nesso tra pensiero, parola e realtà. Perché, al di là delle teorie complottiste, è esattamente in questa opacità, in questa ambiguità squallida e grottesca che si annida la risposta alla misteriologia del caso Moro. Una verità che, come dice Leonardo Sciascia, nel cui nome questo libro è stato scritto, è quasi sempre semplice: un rapimento con successiva, miserrima trattativa precipitata verso un epilogo senza vincitori (come ricostruisce Andrea Colombo nel suo Un affare di Stato. Il delitto Moro 40 anni dopo, ripubblicato nel 2018); e una serie di dramatis personae (che sembrano uscite, e in alcune casi lo sono, dai libri dello scrittore siciliano Il contesto, del 1971, e Todo Modo, del 1974) o pirandelliane maschere nude tra cui primeggia lo stesso Aldo Moro, che a un ruolo letterario sembra naturalmente votato. E’ lo scrittore Giovanni Arpino, del resto, in una delle sue Lettere scontrose pubblicate sul settimanale Tempo tra il 1964 e il 1965 (ora raccolte in volume da minimum fax), a rivolgersi all’onorevole Moro paragonandolo allo “sperduto, abulico, intellettuale, debolissimo, dolce anche negli scatti d’ira” Stepan Trofimovič, personaggio dei Demoni di Fëdor Dostoevskij. E a preconizzare, con inconsapevole convergenza anche questa degna di una trama letteraria, il destino di questo “presidente yoga”, “premier fantasma di un paese chiamato Limbo, dove i contorni della realtà sfuggono e dove le sentinelle danno fiato a trombe d’ovatta che non emettono suoni”, allora al suo secondo governo e meno di quindici anni dopo sottoposto a inappellabile processo nel carcere del popolo: “Noi non sappiamo di cosa accusarla, e quindi non possiamo esercitare nei suoi confronti la nostra dote migliore: che consiste in un complice perdono, in una remissione  ambigua e fraterna insieme”.

Ed è ancora Leonardo Sciascia, autore a caldo de L’affaire Moro e membro della commissione parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani, sul sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, a rivendicare il rispetto del linguaggio e delle parole; a usare la sua familiarità con gli strumenti della narrazione e trarne la perizia interpretativa per mostrare l’evidenza delle lettere scritte dal presidente della DC nella prigione del popolo; a resistere alle irricevibili testimonianze ascoltate in sede di commissione d’inchiesta.
In questo solco si inserisce Antonio Iovane, che, partendo dalla constatazione che il caso Moro fu opera di mistificazione di una verità semplice, lo tratta e setaccia come un racconto prodotto da una somma eterogenea di interessi e negligenze, confutando alcune false memorie collettive e reagendo a quel vischioso vizio, che non smettiamo, di ristrutturare la realtà nelle configurazioni di volta in volta politicamente e psicologicamente più comode od opportune. Lo stesso vizio, intellettuale e morale, che ancora inquina qualsiasi terreno di dibattito, che scoraggia l’analisi sostituendola con isteriche dicotomie, e che, per quanto riguarda le circostanze del rapimento, della prigionia e della morte di Aldo Moro, oscilla vertiginosamente tra complottismo e beatificazione (non solo metaforica) della vittima. In uno smarrimento alimentato da coloro che, come cantava Giorgio Gaber nel 1982 in Io se fossi Dio, dal popolo hanno ottenuto solo che “un politico qualunque/se gli ha sparato un brigatista/diventa l’unico statista”.
Raccontare questa storia, dunque, è ancora un esemplare esercizio di lucidità e di logica che può essere condotto grazie a quella letteratura tradizionalmente ritenuta campo dell’invenzione poetica e che invece si rivela testimonianza di verità contro i compromessi della storia, sopravvivenza di una lucciola nell’oscurità.

Antonio Iovane
La seduta spiritica
Minimum fax, 166 pagine, 16 euro



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