Villa di Faonte, una storia di affarismo immobiliare

Forme altre di sfruttamento del patrimonio a Roma: anche da una modesta area archeologica che resiste all’ombra di un gigantesco complesso abitativo per lavoratori degli anni Settanta, si può estrarre un nome e un’immateriale suggestione storica per dare prestigio al mercato immobiliare di un quartiere.

Mariasole Garacci

È il giugno del 68 d.C. quando Nerone, quinto imperatore romano e ultimo della dinastia giulio-claudia, viene dichiarato in Senato nemico del popolo e, inseguito dagli uomini di Galba, fugge da Roma con alcuni fedelissimi per trovare rifugio nella villa del liberto Faonte nell’agro fidenate: “et offerente Phaonte liberto suburbanum suum inter Salariam et Nomentanam viam circa quartum miliarum, ut erat nudo pede atque tunicatus, paenulam obsoleti coloris superinduit adopertoque capite et ante faciem optento sudario equum inscendit[1]. Un percorso ideale unisce uno dei grandi magneti dell’industria a sfruttamento intensivo del nostro patrimonio, cioè il Colosseo con gli importanti resti che lo circondano, a questo sito archeologico localizzato senza certezza documentaria da Antonio Nibby tra via delle Vigne Nuove e via Passo del Turchino, nel 1849, e descritto da Rodolfo Lanciani che riferisce la presenza di murature in opus reticolatum, nel 1902. Un percorso che segue Nerone nelle ultime tragiche ore della sua vita, a piedi nudi e con indosso solo una tunica e uno scolorito mantello, costretto a mascherare il volto con un fazzoletto per non essere riconosciuto dai traditori; tormentato dalla sete, in una disperata corsa a cavallo dal centro di Roma e dalla sua magnifica Domus Aurea (da lui edificata su terreni sottratti alla città dopo l’incendio del 64 e demagogicamente restituiti al popolo dai Flavi che innalzeranno il Colosseo nell’invaso del lago artificiale della città-palazzo) fino a questo luogo fuori dal radar del logorante turismo di massa che poco più di un anno fa, prima della pandemia, era capace di attrarre nel centro di Roma milioni di visitatori. Fuori da più note ed eclatanti forme di sfruttamento del patrimonio, dunque; anch’esso, tuttavia, sfruttabile e messo a profitto da un mercato immobiliare che del prestigio del patrimonio antico, o delle memorie immateriali che evoca, sa opportunamente giovarsi.

Oltre al toponimo e al racconto di Svetonio, cosa resta, infatti, della presunta villa di Faonte (forse un semplice podere agricolo) dove Nerone si tolse la vita per non essere catturato e condotto alla forca? Una cisterna a pianta quadrangolare ricoperta di rovi, divisa da sei pilastri in muratura emergenti sul livello stradale al di là di un’invalicabile recinzione nell’odierno giardinetto urbano; due impraticabili cunicoli ipogei che sconfinano in un terreno occupato da vecchi abusivismi ed edilizia di necessità; ma anche, espressione di un rapporto tra potere, abitanti e città che sembra antico come le tante storie e stratificazioni di Roma, un complesso residenziale contemporaneo intitolato proprio a Faonte, costruito e venduto da una nota agenzia immobiliare che di quell’area ha voluto sottolineare il nome e il credito storico e culturale (“il centro residenziale Giardino di Faonte è ubicato tra i quartieri Talenti e Montesacro e tra due aree verdi: l’area archeologica della storica Villa di Faonte, destinata ad area museale e l’area destinata a verde pubblico del nuovo parco cittadino”), onestamente specificando, del resto, che nessuna delle informazioni fornite nel prospetto informativo ai potenziali clienti (nella fattispecie, la reale presenza di un parco archeologico) “costituisce garanzia esplicita o implicita” di ciò che viene pubblicizzato.

Infatti, tutta l’area in cui si trova il piccolo sito archeologico (il cui rilievo fu, nel 2010, affidato dalla Soprintendenza all’associazione no-profitRoma Sotterranea”) è già da vent’anni oggetto di una delibera di adozione del consiglio comunale (n. 13/2001) e del “Programma di Recupero Urbano Fidene – Val Melaina” secondo art. 11 legge 493/1993, che prevede opere pubbliche a carico di privati a scomputo totale o parziale del contributo previsto per il rilascio del permesso di costruire. E da lungo tempo i cittadini residenti, impegnati in una battaglia per la valorizzazione del loro quartiere, chiedono che vengano messi in sicurezza i cunicoli potenzialmente pericolosi per i frequentatori del parco. Trovandosi anche costretti, nel 2015, a depositare un esposto alla Procura della Repubblica, al Ministero dei Beni Culturali e al nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri per far luce su alcuni lunghi e inspiegabili ritardi, con il fondato timore che a immobilizzare la situazione fosse un contenzioso tra la Soprintendenza e il costruttore privato su chi dovesse portare avanti i lavori in questo terreno. Dopo ripetute aperture e partenze, quel parco urbano è stato restituito al pubblico il 13 marzo 2021 dopo un intervento terminato già da un paio d’anni al costo di 490.000 euro: il prezzo, appunto, di uno degli attici in vendita nelle immediate vicinanze. Poco importa che, il giorno dell’inaugurazione, la stessa sindaca Virginia Raggi, dopo aver salutato amichevolmente i cittadini ed essersi seduta sull’erba con un gruppo di boy scout, abbia dovuto avvertire i presenti che parte del sito è ancora inaccessibile per motivi di sicurezza: la notizia era stata data e le foto scattate. E questo accade in un’area caratterizzata, del resto, da altri importanti episodi urbanistici e storici da cui trarre considerazioni sul difficile rapporto tra città e abitare, come quel quartiere di Via delle Vigne Nuove, costruito a partire dal 1972 da un gruppo di progettisti coordinato da Lucio Passarelli su commissione dello IACP di Roma con i fondi GESCAL (GEStione CAse per i Lavoratori) istituiti nel 1969: un complesso in stile brutalista costituito da 524 alloggi per 3300 abitanti, distribuiti in edifici di sette e otto piani, che occupa un’area triangolare di 8 ettari snodandosi con l’andamento di alte e turrite mura difensive da fare invidia a quelle aureliane. Un’altra manifestazione monumentale dell’antica, stratificata e brutale (è proprio il caso di dire) storia di Roma e dei suoi abitanti.

[1] Svetonio, De vita Caesarorum, libro VI, 48

 

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