Mattanza nelle carceri: la riproduzione delle brutalità sistematiche del dominio liberista

C’è voluta la diffusione dei video dei pestaggi per far diventare “notizia” un fatto di cui tutti quelli che dovevano sapere erano a conoscenza. E intanto le realtà che si battono per la tutela di chi è in carcere continuano a essere inascoltate o, addirittura, messe al bando.

Salvatore Palidda

La terribile mattanza da parte di operatori della polizia penitenziaria a Santa Maria Capua Vetere era nota sin dal giorno dei fatti solo grazie alla denuncia del Garante regionale dei detenuti, Samuele Ciambriello. Ma c’è voluta la pubblicazione del video di tali fatti sul quotidiano Domani e poi su tutti i media nazionali per stupire, indignare e far reagire una parte dell’opinione pubblica. Questa è l’ennesima dimostrazione che per “diventare virale” la notizia deve essere corredata da “immagini forti”. Meglio che niente si può dire; una volta tanto i social e i media hanno diffuso un’informazione importante per la tutela dell’incolumità e dei diritti fondamentali di tutti gli esseri umani. Ma questa scoperta tardiva di un episodio tanto grave lascia quantomeno l’amaro in bocca alle persone che da sempre si impegnano per tale tutela e troppo spesso rimangono inascoltati, marginalizzati se non addirittura messi al bando (alludo all’Osservatorio Repressione, l’Associazione Contro gli Abusi in Divisa (Acad), “Verità e Giustizia per le Morti in Carcere” e Antigone, all’associazione A buon diritto, al libro Malapolizia di Adriano Chiarelli (2011).

Purtroppo i fatti di quel carcere maledetto fanno parte di una pratica che sistematicamente si riproduce. E ogni volta che poi si scopre che si tratta di brutalità inaudite è sempre illusorio pensare che non si ripetano. La ricerca svolta sul dopo le violenze e la tortura praticate durante il G8 di Genova mostra in maniera inequivocabile che dal 2001 a oggi queste pratiche si sono succedute provocando un numero impressionante di vittime rispetto ai 20 anni precedenti (vedi Polizie, sicurezza e insicurezze, Meltemi, 2021).

I cognomi e talvolta anche i nomi di alcune di queste vittime sono ormai assai conosciuti: Carlo Giuliani, Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, e poi meno noti Marcello Lonzi, Giuseppe Uva, Aldo Bianzino, Niki Aprile Gatti, Stefano Brunetti, Serena Mollicone, Riccardo Rasman, Michele Ferrulli, Riccardo Magherini, Carmelo Castro, Simone La Penna, Cristian de Cupis, Manuel Eliantonio, Massimo Casalnuovo, Arafet Arfaoui, Sekine Traore, Jefferson Tomalà, Kayes Bohli, Dino Budroni, Mauro Guerra, Davide Bifolco, Francesco Mastrogiovanni, Stefano Consiglio, Riccardo Boccaletto, Gabriele Sandri, Vito Daniele, Stefano Frapporti, Aziz Amiri, Roberto Collina, Carlo Saturno, Abderrahman Sahli, Ilario Aurilia, Marcelo Valentino Gomez Cortes, Ettore Stocchino, Francesco Smeragliuolo, Vincenzo Sapia, Ciro Lo Muscio, Antonio Dello Russo.

A questi si aggiungono quelli della lista ancora più lunga dei morti “nelle mani dello Stato”, come dice l’Associazione A buon diritto, cioè dei morti in carcere o in stato di fermo com’è successo recentemente a Emanuel Scalabrin, morto in una cella di sicurezza della Caserma dei CC di Albenga. E fra questi i 13 detenuti morti durante la rivolta nel carcere di Modena (vedi l’appello del Comitato di verità e giustizia e vedi anche l’articolo di Lorenza Pleuteri).

Se si fa una ricerca anche solo approssimativa sulle notizie reperibili sul web riguardanti i casi di brutalità praticata da operatori di tutte le polizie si ottengono migliaia di risultati che si confondono con casi di corruzione, di “malepolizie” e ovviamente si tratta sempre solo di ciò che è stato scoperto. Il caso della caserma dei Carabinieri di Piacenza è emblematico ma alquanto simile ad altri casi in cui la pratica di brutalità e torture si sovrappone sempre a corruzione e vera e propria attività criminale.

È del tutto plausibile pensare che tali casi siano ancora più numerosi visto che la scoperta è sempre difficile poiché gli autori di tale genere di brutalità fanno parte di cerchie sociali e professionali autoreferenziali che legittimano tali comportamenti come socialmente e moralmente giusti e non semplicemente per “spirito di corpo”. Come scrive Sergio Segio sul sito del Comitato per la Verità e la Giustizia sulle morti nelle carceri (dirittiglobali.it): “Le mele marce che hanno partecipato alla spedizione punitiva che, secondo la locale Procura, ha massacrato e torturato i detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile 2020, erano circa 300. Non si ha notizia di mele sane che si siano rifiutate di partecipare, che abbiano tentato di impedire il pestaggio organizzato o che, non riuscendoci, abbiano poi denunciato l’accaduto”. In altre parole, si può dire che tali fatti sono abituali come comportamenti banali, anche perché in genere sono raramente impediti e puniti, al contrario prevale sempre la quasi certezza dell’impunità accordata ai carnefici.

Lo si era visto già in occasione delle violenze e torture contro chi si opponeva al G8 di Genova. Ci sono voluti oltre 15 anni di processi e infine la sentenza della Cassazione e della Corte europea per arrivare alla condanna ma solo di alcuni dei responsabili e autori di tali pratiche. Come ricorda il dott. Enrico Zucca il sabotaggio dell’indagine giudiziaria fu sistematico e ciò persino da parte degli allora dirigenti del tribunale di Genova. In realtà la mattanza di Genova fu la prima grande operazione del nuovo corso violento della gestione della sicurezza liberista. 20 anni dopo possiamo dire con certezza che l’ordine di massacrare i manifestanti e persino suore, anziani e ragazzi era tassativo: stroncare a ogni costo l’opposizione alle scelte dei dominanti e all’ordine liberista. Ed è la stessa logica che dopo ha prodotto centinaia di vittime anche nel quotidiano delle carceri, del controllo del territorio, dell’imposizione violenta da parte di caporali spesso lasciati fare da parte delle polizie garantendo così il lavoro super sfruttato o da neo-schiavi e a rischio di incidenti mortali.

La diffusione della violenza poliziesca come di quella dei caporali e del super sfruttamento è emblematica dell’attuale contesto in cui s’è imposta la sicurezza del dominio liberista che quindi nega la protezione delle vittime delle vere insicurezze che sono appunto il risultato dell’assenza di tutela dell’incolumità e dei diritti fondamentali dei dominati. E non è casuale che l’orientamento del governo Draghi non fa che confermare la scelta di un sicuritarismo che protegge solo i dominanti: di fatto solo misure a favore di dispositivi repressivi, per l’aumento delle forze di polizie e nessuna previsione di rafforzare la prevenzione, il personale socio-sanitario nelle carceri come fuori, gli ispettorati del lavoro e gli ispettorati Asl e Inail. Quindi nulla per la protezione delle vittime di abusi, violenze e persino torture e nulla per istituire una istituzione effettivamente indipendente per la sorveglianza delle attività di tutte le polizie, cioè per abolire l’impunità sinora sempre accordata alle forze repressive. Police partout justice nulle part diceva Victor Hugo nel suo celebre discorso al Parlamento francese. E ancora oggi: sempre più risorse per le polizie e la sicurezza liberista e sempre meno protezione e tutele per i deboli.

 



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