Violenza contro le donne, gli uomini si mettano finalmente in ascolto

A ogni femminicidio, e in particolare dopo quello di Giulia Cecchettin, gli uomini sentono il bisogno di prendere parola per differenziarsi dal “mostro”. Per poi tornare nel loro quotidiano silenzio. Sarebbe ora che invece di discolparsi o di tacere, iniziassero ad ascoltare.

Mosè Vernetti

L’11 novembre Giulia Cecchettin è stata uccisa dal suo ex fidanzato Filippo Turetta. Se la mano che ha stroncato la sua vita è quella di Turetta, Giulia è però stata uccisa anche da tutto ciò che la società patriarcale legittima e fertilizza nei normali comportamenti che gli uomini mettono in atto in relazione alle donne, che queste siano presenti o meno. Comportamenti che, tassello dopo tassello, costruiscono la cultura patriarcale e misogina, nella quale è cresciuto anche Filippo Turetta, in tutta la sua “normalità”. Giulia veniva uccisa da tutti noi, da quei momenti di silenzio attraverso cui legittimiamo le violenze, verbali, gestuali, fisiche o culturali degli uomini che ci circondano, e di quelle che perpetriamo in prima persona. Noi che scegliamo il minuto di silenzio passivo e vuoto di significato, anche dopo le tragedie come questa, invece di scegliere, per una volta, il minuto di ascolto.
Nei giorni e nelle settimane seguenti a questo 105esimo femminicidio del corrente anno solare, in tanti amici mi hanno scritto esprimendo la necessità di parlare e dire la loro sull’accaduto. Con l’idea, immagino, di cogliere l’occasione e il momento di attenzione mediatica sul tema per invitare le persone che hanno attorno a riflettere, sperando di contribuire a creare maggiore sensibilità e rispetto. Mi riferisco a persone giovani, in questo caso, con la necessità di esprimersi attraverso i social network. Il comportamento di conoscenti in età più avanzata, più o meno socialmente e intellettualmente attivi, non è stato però molto diverso. Nella maggioranza dei casi si è trattato comunque di un tentativo per raccontarsi diversi dall’assassino di Giulia.
Mi sono dunque chiesto: perché proprio in questi giorni nasce il bisogno di distinguersi dal carnefice? Di distinguersi da questo soggetto istantaneamente mostrificato, da emarginare perché diverso dalla gente “per bene” che crede nell’uguaglianza di genere, e che “non toccherebbe le donne neanche con un fiore”? Perché siamo interessati a condividere fini ragionamenti e condanne sul patriarcato solo quando viene uccisa una donna?
L’autocritica si può fare sempre. Peccato che sia anche l’assenza di quell’autocritica che legittima gli uomini ad appropriarsi di uno spazio di cordoglio, proprio per spiegare che non tutti gli uomini sono violenti o assassini. L’autocritica è tale se capace di essere anche silenziosa, introspettiva, realmente connessa alla consapevolezza che non solo non tutti gli uomini sono assassini, ma che tutti hanno un ruolo nel tenere vivi i propri privilegi dati dalla violenta gerarchia patriarcale. Privilegi che definiscono la quotidianità del rapporto tra donne e uomini.
Privilegi e comportamenti la cui moltiplicazione può risultare infine in atti di morte. La solidarietà non è tale se prende la forma di un’espiazione delle colpe. La solidarietà non è tale se Filippo Turetta è semplicemente un mostro che non rappresenta né la società, né le persone che la compongono.
Che Turetta sia “un figlio sano del patriarcato” non è semplicemente uno slogan di piazza, che, se predisposti all’ascolto, possiamo sentire dai cortei di Non Una di Meno da ormai svariati anni. Il bisogno di differenziarci da questa persona può essere gestito in un silenzio che ascolta. Anche perché, come è stato scritto in questi giorni, Giulia e le donne vittime di violenza non hanno bisogno del minuto di silenzio passivo nelle aule, o durante le partite di calcio. Questo tipo di silenzio parla fin troppo, fino a diventare una ulteriore appropriazione di spazio. Perché è un silenzio che ha fretta di voler comunicare qualcosa, ha voglia di gridare “noi non siamo come lui”. Se questo silenzio non è posto in una modalità di ascolto, rischia di soffocare ulteriormente le voci di chi cerca il coraggio di parlare.
Tutti in questi giorni abbiamo potuto ascoltare Elena Checchettin mentre diceva che Turetta non è un mostro. Che non è l’eccezione. Tutti abbiamo potuto leggere i commenti delle donne sotto al noto post della polizia di stato su Instagram, dove in migliaia hanno affermato di non aver mai trovato riscontro nell’aiuto richiesto alle forze dell’ordine in situazioni di pericolo. In tanti hanno potuto cogliere l’occasione per andare in piazza e ascoltare quello che aveva da comunicare la rabbia di quella marea.
Eppure ho faticato a trovare dentro di me, e nei discorsi degli uomini che mi circondano, il coraggio di pensare alle violenze commesse, alle violenze legittimate, alle violenze ignorate. Perché anche in questo sono sempre e solo le donne che trovano il coraggio e la forza di denunciare le violenze che subiscono, con tutti i bastoni tra le ruote che il patriarcato e gli uomini mettono per impedirglielo. Forse perché è talmente normale commettere violenze di qualsiasi forma, che neanche ce le ricordiamo quelle che abbiamo commesso noi. Nessuno ci chiede di pensarci, di fare uno sforzo per ammetterlo. E se ci viene chiesto, forse neanche sentiamo.
Al funerale di Giulia abbiamo potuto ascoltare le parole di suo padre, Gino Cecchettin. Parole che hanno risuonato in chiesa, che hanno risuonato sul sagrato gremito e che speriamo che continuino a farsi sentire e a essere ascoltate, come quelle di Elena e di tutte le donne che gridano.

CREDITI FOTO: ANSA / Matteo Nardone



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