Contro la violenza di genere servono interventi su più fronti

Il 53% delle donne italiane ritiene che il compito primario della donna sia quello di occuparsi della cura della casa e della famiglia. Fra stereotipi interiorizzati e mancanza di speranze per la drammatica situazione sociale, gli interventi necessari sono diversi. E realizzarli è cruciale per il contrasto alla violenza di genere.

Maria Concetta Tringali

L’Inghilterra si è svegliata, da qualche giorno, in una morsa, stretta tra la vergogna e la rabbia che stanno montando dopo l’omicidio di Sarah EverardAll’inizio di marzo, la ragazza è stata prima sequestrata, poi stupratae infine uccisa e abbandonata in un parco, i suoi resti dentro a un borsoneFermato un agente in servizio a Scotland Yard. La polizia inglese è finita ovviamente sotto accusa. Le tensioni sono esplose durante la manifestazione negata che ha portato, ugualmente, in strada la protesta di quante non ci stanno più e vogliono risposte.    

Ci sono almeno tre donne in questa storia. C’è la vittima con i suoi trentatré annifiniti malamente in una serata londinese, probabilmente per aver scelto di tornare a casa a piedi. Sarah è una donna ma è anche tutte le donne, quelle che come lei in metropolitana, dentro a un campus, o in una stradina di periferia, la sera allungano il passo col cuore che batte e l’orecchio teso, nel tentativo di superare in corsa la notte. C’è Cressida Dick che è la prima comandante della polizia metropolitana inglese che in questo momento è nell’occhio del ciclone, con le dimissioni richieste a gran voce da più parti. C’è la ministra dell’interno del governo Johnson, Priti Patel, che ha chiesto sui fatti un’indagine approfondita che chissà se e quanto servirà a far luce, su un orrore che in fondo conosciamo bene.  

La storia di Sarah è il racconto di una delle tante declinazioni della parità di genere, mai raggiunta e forse mai davvero cercata.  

Attorno a quel campo, a parte la protesta femminista, un silenzio assordante. Il colpevole non è un extracomunitario e nemmeno un senzatetto. Accusato di essere lo stupratore e l’assassino di una donna è – anche questa volta – un uomo perfettamente integrato, uno che peraltro gira armato, perché chiamato a proteggere i membri della comunità in cui vive.  

Il silenzio, specie quello delle destre estreme, dei tanti Salvini e Meloni d’Europa, si spiega facilmente. Allo stesso modo non si contano sui social – nuovi bar e piazze di ogni dove – lezioni di buon senso e invocazioni alla prudenza che criminalizzano la vittima manipolano i fatti. Mentre il nodo è, invece, sempre lo stesso: parliamo di femminicidio e di stupro, come esercizio di sopraffazione. In Italia, in questa metà del mese di marzo, sono già tredici le donne ammazzate. 

Nell’Agenda 2030 la parità è il quinto obiettivo. Ma se nel Regno Unito il cadavere di Sarah urla giustizia a gran voce, dentro i confini dell’Unione le cose non stanno poi in modo troppo diversoNel belpaese non va meglio che in Grecia. 

Secondo la Commissione, “malgrado l’Unione europea sia un leader globale nella parità di genere e abbia compiuto notevoli progressi negli ultimi decenni, la violenza e gli stereotipi persistono: una donna su tre ha subito violenze fisiche e/o sessuali. Le laureate superano numericamente i laureati, ma guadagnano in media il 16% in meno degli uomini; le donne rappresentano appena l’8% degli amministratori delegati nelle principali imprese europee”.  

Sono definiti domini chiave e sono potere, tempo, conoscenza, salute, denaro e lavoro. C’è una certa gradazione. E infatti “L’UE è più vicina alla parità di genere nei settori della salute (88 punti) e del denaro (80,6 punti), mentre le disuguaglianze risultano più marcate nel settore del potere, inteso come potere decisionale sia politico che economico (53,5 punti)”. 

È chiaro pertanto come il contrasto e la lotta contro la violenza siano solo un aspetto della più vasta questione relativa alla disparità. Senza una strategia, i massacri non cesseranno di certo 

Interventi normativi di tipo repressivo in Italia se ne contano molti, a dire il vero. Se guardiamo alla fine degli anni 90, possiamo tracciare lì, su quel terreno, la linea di confine. Il nostro è un Paese che ha riconosciuto la violenza sessuale come delitto contro la persona e l’ha svincolata dalla morale solo nel 1996. Dal 2000 in poi la violenza domestica, seppur ridotta a questione di pubblica sicurezza, ha modellato il codice penale e quello di procedura. Dagli ordini di protezione contro gli abusi familiari ai decreti femminicidio, fino al recentissimo Codice rosso, molte cose sono cambiate. Oggi è reato diffondere illecitamente immagini o video sessualmente espliciti senza il consenso delle persone rappresentate, lo è il matrimonio forzato, lo è devastare e deformare con l’acido il volto di una donna. Ci sono ancora strade da percorre, però, così non basta affatto. Sarebbe da affrontare il nodo della procedibilità d’ufficio dei molti reati afferenti alla violenza domestica, per come auspicato dalla Convenzione di Istanbul. “Il Parlamento ha confermato la scelta per questo tipo di delitti della procedibilità a querela, aumentando i casi nei quali, nelle ipotesi più gravi, la querela è irrevocabile e inducendo una remissione esclusivamente processuale per il delitto di atti persecutori”Quel che al momento sappiamo è che delitti odiosissimi come la violenza sessuale rimangono perseguibili solo se la vittima decide di sporgere querela  

Guardando ad altre fonti e provando ad allargare il focus, possiamo anche sostenere che l’Italia abbia conosciuto un certo progresso. In particolare dal 2005 al 2017, quanto a uguaglianza di genereil nostro Paese ha scalato ben dodici posizioni, arrivando a collocarsi al quattordicesimo posto. Sono stati dieci anni importanti. Rimaniamo però – e questo è innegabile  gli ultimi in termini di gap nel mondo del lavoroE cos’è l’autonomia reddituale se non la base di ogni libertà, specie per le donne? 

Con tutta probabilità il prisma non lo abbiamo ancora inquadrato completamente.  Al fondo c’è, ad esempio, anche una questione di percezione. Come sia inteso il tema della parità di genere è evidenza che possiamo ricavare da recenti indagini. Si cita l’Eurobarometro per definire come si abbia contezza di una convinzione che tra i nostri connazionali risulta assai meno radicata che altrove: fra gli italianisolo quattro su dieci riconoscono la rilevanza della promozione della parità, come fattore fondamentale per una società giusta e democratica. Abbiamo insomma i prosciutti sugli occhi e le lenti con cui guardiamo al mondo sono tutte da rifare.   

C’è uno scoglio poi che sembra difficilmente superabile. Che il compito primario della donna sia quello di occuparsi della cura della casa e della famiglia è nodo sul quale si rilevano fortissime differenze: la quota di consenso su questa affermazione raggiunge il 51% in Italia che si colloca dopo la Grecia (69%) e alcuni Paesi dell’Est Europa (Bulgaria, Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca) dove tale quota sfiora l’80%”. Siamo lontani, lontanissimi, dai Paesi del Nord Europa come la Svezia (11%) o la Danimarca (14%).  

Ma non è ancora abbastanza. L’Italia è il Paese in cui le donne molto più degli uomini hanno interiorizzato questo stereotipo”. La forbice è impressionante: “lo condivide il 53% delle donne a fronte del 44% degli uomini”. 

La fotografia  che sembra riportarci alle pellicole in bianco e nero del dopoguerra – è invece recentissima. Quei dati sono infatti confermati dalla Relazione sul bilancio di genere del 2019 e dagli esiti dell’audizione di Maria Cecilia Guerra, sottosegretaria di Stato al Ministero dell’economia e delle finanze, resa presso gli Uffici della Presidenza della Camera, lo scorso 20 ottobre. 

Pensare che sia solo una questione di stereotipi interiorizzati forse è riduttivo.  

Certamente, assumere un punto di vista differente anche per guardare alle violenze e alla discriminazione di genere, partire dalla percezione del sé serve sempre ed è prospettiva corretta. La questione è di metodo ma pesa anche nel merito. Può giovare ad esempio per mettere a fuoco lideologica ed estenuante resistenza, opposta da tante donne, all’uso non sessista della lingua.  

Ma si può andare ancora più fondo e introdurre un tema veramente scomodo. Basta una domanda: se poco più della metà della popolazione femminile pensa che il suo posto sia a casa e l’unico lavoro possibile sia quello di cura, andrà indagato il motivo di una tale convinzione.  

dati consegnano un tasso di occupazione femminile che nel 2019 è del 50,1%, con una distanza di 17,9 punti percentuali rispetto a quello maschile. Senza contare che la geografia colora il Paese in dueil Sud è fermo al 33,2%.  

Niente asili nido o quasiquindi il fatto che manchi un adeguato sostegno alla maternità potrebbe essere una primissima risposta. In questo Paese, dove il welfare ha subito attacchi progressivi fino a diventare un’ombra, per le donne la strada è sempre più in salita. Lo abbiamo visto nella gestione della pandemia, del resto. 

Il gap occupazionale si atteggia in modo diverso in base proprio al lavoro di cura. Tra le donne con figli in età prescolare e quelle senza figli, c’è una differenza abissale. Quello che si può certamente sostenere è che il peso della famiglia determini un’estrema difficoltà a conciliare vita e lavoro 

E l’allarme lo ha già lanciato l’Ispettorato Nazionale del Lavoro. Ve ne è traccia nel documento programmatico alla Relazione sul bilancio di genere, già menzionato. Si tratta di un indicatore preciso, sono i dati che riguardano le dimissioni e le risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri. Il trend che è in continuo aumento dal 2011, anche per il 2019 segna un fortissimo divario di genere: “le dimissioni volontarie coinvolgono le madri nel 73% dei casi. Si tratta per lo più di donne giovani, con poca anzianità di lavoro, occupate prevalentemente nel terziario, con qualifiche basse. La motivazione più ricorrente (almeno un terzo dei casi) è l’impossibilità di conciliare l’occupazione con il lavoro di cura, soprattutto in assenza di reti familiari di supporto”. 

La storia di Lara Lugli, la pallavolista citata per danni dalla Volley Pordenone proprio per la sua maternità è di questi giorni. 

C’è insomma un’asimmetria non più negabile. E anche se negli ultimi anni sono passati per esempio da quattro a otto i giorni del congedo di paternitàrestiamo ancora lontani dall’asticella che pone la Direttiva europea quando fissa la soglia minima a 10 giorni. Gli Stati hanno tempo fino al 2 agosto 2022 per adeguarsi, dunque sperare si può e certamente si deve. 

C’è poi specularmente il problema dell’offerta dei servizi per la prima infanzia che è insufficiente in linea di massima e fortemente eterogenea sul territorio nazionale. Al Mezzogiorno, con l’eccezione della Sardegna, resta il primato della peggiore offerta, con un tasso di copertura che non raggiunge neanche i parametri comunitari dettati per il 2010.   

Ecco, dunque, che forse non è tutta questione di stereotipi. O non è solo questione di stereotipi interiorizzati. Se le donne si pensano in casa, è anche possibile che quella convinzione sia una risposta elaborata nel tentativo di evitare un’ulteriore frustrazione. Qualcuno parla di razionalizzazione e non a torto. 

La svolta però potrebbe arrivare dalla crisi. “Il Recovery plan è una occasione da non perdere per cominciare ad aggredire le profonde diseguaglianze di genere, a partire da quelle che riguardano il mercato del lavoro, con strumenti importanti quali il potenziamento dei servizi di cura, asili nido in primo luogo”.  Lo sostiene sempre Maria Cecilia Guerra e sembra ribadirlo adesso anche il presidente Draghi, nel suo discorso dell’otto marzoNon resterebbe dunque che far seguire alle parole i fatti.  

 

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