Venti anni dopo la Diaz: quando la violenza è di Stato. Intervista a Fabio Anselmo

Dal G8 di Genova ai pestaggi e agli omicidi. L'avvocato delle famiglie Cucchi e Aldrovandi racconta cosa succede nelle aule di tribunale quando a salire sul banco degli imputati sono uomini in divisa. "Serve una vera legge contro la tortura".

Valerio Nicolosi

A venti anni dai fatti di Genova, della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto, com’è cambiato il ruolo dello Stato nelle aule di tribunale quando viene accusato? Questa la domanda iniziale posta all’avvocato Fabio Anselmo in una lunga intervista che anticipa lo speciale sul G8 che sarà online su MicroMega+ il 9 luglio.

“Gli eventi del G8 di Genova sono stati fin da subito oggetto di una propaganda mistificatoria che ha avuto una forte influenza nell’opinione pubblica”, spiega il legale. I “non bene informati”, come li definisce Anselmo, “hanno avuto negli occhi, come giustificazione di tutte le violenze commesse dalla polizia, le azioni compiute dai black bloc. Hanno fatto rientrare tutto, la Diaz, Bolzaneto, la morte di Carlo Giuliani, in un unico pacchetto”. I responsabili? “I politici, ovviamente, ma anche i media italiani. Per fortuna i giornali e le tv straniere mostrarono i fatti per come andarono veramente perché in quelle piazze, in quella scuola, in quella caserma c’erano anche cittadini europei e statunitensi”.

Venti anni dopo, passando per i casi di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi, la storia è sempre uguale. Con un’aggravante. “Le destre al governo o maggioritarie in Italia e il perenne clima di emergenza in cui viviamo, che sia dovuto a una crisi economica o a una pandemia, ha instillato nelle persone, attraverso una comunicazione enfatica, una sorta di accettazione delle violenze di Stato come danno collaterale per risolvere problemi creati dalla narrazione: l’immigrazione, gli stranieri in generale, l’invasione”. Ormai “la violenza è culturale in alcuni apparati dello Stato”.

Risultato: oggi, come allora, “è sempre più difficile che lo Stato italiano processi sé stesso. La sensazione è che ci sia sempre qualcosa di più importante di cui occuparsi rispetto alle violenze degli uomini in divisa”.



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