“Viva l’Italia antifascista”: dov’è il sospetto, dove il pericolo?

La costituzione italiana è geneticamente antifascista. L'atto inopportuno di identificare chi ce lo ha ricordato, non dovrebbe passare inosservato.

Teresa Simeone

Se non fosse invadente chiamare in causa Sergio Mattarella e in tempi complicati come questi, sarebbe interessante chiedere a lui, riferimento saldo per storia personale e per costanza di fedeltà a valori e principi affermati sempre con chiarezza, lontano da comode ambiguità, cosa ne pensi di quanto è successo alla prima della Scala.
La nostra Costituzione, nata dal sacrificio di chi ha non ha esitato a ribellarsi all’occupazione nazista, appoggiata dai fascisti, e costruita con gli sforzi plurali di quanti seppero mettere da parte le personali e partitiche posizioni in nome di una comunanza di intenti che esprimesse il meglio del paese, gli conferisce, infatti, la qualifica di Capo dello Stato e di rappresentante dell’unità nazionale. Garante e difensore della nostra legge fondamentale, è proprio in virtù di questa altissima funzione che diventa l’interlocutore più competente per una semplice e, tuttavia per nulla oziosa, domanda: in base a quale disposizione cogente gli agenti della Digos ieri hanno identificato Marco Vizzardelli, giornalista 65enne, che ha gridato, subito dopo l’esecuzione dell’inno di Mameli, “Viva l’Italia antifascista”? Comprensibile se avesse urlato “Viva il fascismo!”; necessario se avesse inneggiato alla possibilità di un comportamento criminale o avesse paventato il pericolo di un attentato, ma aver semplicemente ricordato che l’Italia è, o almeno dovrebbe essere, antifascista, ne fa un cittadino colpevole di mettere in pericolo la tranquillità di quanti erano in sala per assistere a un concerto? Le risposte date dalla Questura di Milano e cioè che l’identificazione era dovuta non alla frase, ma per garantire la sicurezza, non soddisfano, anzi inquietano, profondamente, e hanno creato in molti, a registrare le reazioni nel paese, un turbamento profondo, non solo perché appaiono una giustificazione forse indotta dall’ampia diffusione mediatica del fatto, ma perché spingono a interrogarsi sulle ragioni per cui si possa così facilmente essere nel mirino della polizia. Non c’è bisogno che si ricordino controlli di ben altri sciagurati periodi né si possa configurare il sospetto che magari sia una prassi che finché non diventi pubblica, come è stato in questo caso, possa consumarsi nell’ambito privato di chi la subisce passivamente perché non ha il coraggio di denunciarla.
Potevano farlo gli agenti della Digos? Certo che sì. La Digos ne ha il potere, ma non l’obbligo. In base all’articolo 4 del Tulps, il Testo Unico delle Leggi Pubblica sicurezza, “L’autorità di pubblica sicurezza ha facoltà di ordinare che le persone pericolose o sospette e coloro che non sono in grado o si rifiutano di provare la loro identità siano sottoposti a rilievi segnaletici”. Questo significa che il giornalista melomane fosse pericoloso o sospetto? E su quali basi? Sull’aver ricordato che il nostro è un Paese antifascista?
Il testo risale al 1931, periodo nel quale un’affermazione di antifascismo sarebbe stata violentemente perseguita perché reato. Ma oggi, nell’Italia post fascista, quella della Costituzione in cui, all’articolo 21 è dichiarato che tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione, che senso ha una tale richiesta di identificazione se mancano i presupposti?
Non si crede che la democrazia corra pericoli, ovviamente: è nota l’indicazione di Popper che non la riduce alla semplice maggioranza ma la àncora alla possibilità di modificare il sistema con strumenti legittimi. I nostri strumenti sono ancora vitali (benché richiedano un uso civico consapevole e non indifferente come oggi purtroppo l’astensionismo evoca), ma non deterministicamente eterni, se vogliamo anche ricordare il suo monito all’impegno di una vigilanza continua. Questo episodio triste rischia di gettare discredito sulle forze dell’ordine che invece lavorano con impegno e dovrebbero tutelare l’ordine democratico e il rispetto delle regole costituzionali, quelle regole che, nel difendere l’antifascismo, garantiscono anche ad esse, avendo giurato fedeltà alla Costituzione e alle leggi della Repubblica, autonomia di decisioni rispetto a possibili deviazioni autoritarie.

CREDITI FOTO: Edoardo Baraldi | Flickr



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