In giro con “Voi siete in gabbia noi siamo il mondo”

Monica Lanfranco

L’unica regola del viaggio è: non tornare come sei partita. Torna diversa.
(Anne Carson)
Se c’è un libro che vuoi leggere, ma non è stato ancora scritto, allora devi scriverlo.
(Toni Morrison)

Dalla prima presentazione pubblica in presenza il 19 giugno 2021 a Conselice il viaggio con Voi siete in gabbia noi siamo il mondo mi ha fatto rivivere le emozioni, e le fatiche, che ogni libro porta con sé quando incontri chi ti legge, o ti leggerà.
Ho viaggiato nei mesi estivi toccando diversi luoghi e gruppi di persone, da Trento, Rovereto, Arco fino a Roma, Sanremo, Genova, Camogli, Como, Gallarate, Varese, Ferrara; a breve Modena e Firenze, senza dimenticare gli incontri on line con giovani podcaster e le reti di attiviste e attivisti che mi hanno intervistata virtualmente.
I prossimi mesi saranno altrettanto intensi dal punto di vista degli eventi in programma, e per questo faccio una pausa, per fissare in un breve racconto le impressioni di questa prima parte del viaggio, come feci nel 2013 con le presentazioni di Uomini che odiano amano le donne.

Voi siete in gabbia noi siamo il mondo è un libro che mi è stato regalato: l’eccezionale e tremenda situazione nella quale il Covid-19 ha gettato il pianeta ha rischiato di farmi dimenticare la ricorrenza dei 20 anni dal G8, con cui avrei magari fatto i conti, chissà, a ridosso dell’evento, senza però che questo muovesse molto dentro di me.

E invece, negli ultimi giorni del tormentato, palindromo, bisestile e maledetto 2020 ecco la mail della figlia trentenne di un mio compagno di liceo, che guardando l’intervista che rilasciai anni fa nel video Genova, era il 2001 si accorge di non sapere nulla di ciò di cui parlo, ovvero della presenza, e della visione femminista di allora, concretizzata nell’evento Punto G-Genova, Genere, Globalizzazione, che vide oltre 1500 attiviste pacifiche da tutto il mondo riunite a Genova, il 15 e 16 giugno, a città ancora aperta, in un appuntamento intenso e gioioso che ci dette l’illusione che l’intelligenza collettiva di donne tanto diverse per storia, età, retaggio e allo stesso tempo così in sintonia sul desiderio di trasformare il mondo potesse avere la meglio sull’ottusità della violenza che avrebbe travolto Genova di lì a un mese.

Dieci anni dopo, nel 2011, ripetemmo l’esperienza, ma solo chi aveva vissuto la precedente ne conosceva l’origine. Per questo parlo di libro regalato: la sollecitazione a raccontare è stata il dono della riattivazione e condivisione della storia e della memoria.

Il testo ha preso forma in meno di tre mesi, animato dalla certezza che senza di lui il ventennale avrebbe visto, certamente, molta saggistica sul G8, (sulla violenza poliziesca  e istituzionale e su quella dei gruppi di black bloc, sull’esperienza politica del Genova Social Forum), come infatti è accaduto, ma nessuno avrebbe raccontato la presenza e l’iniziativa femminista, quel PuntoG tanto profetico sull’impatto della globalizzazione non solo sull’economia, sul clima, sulla migrazione, ma soprattutto sulle relazioni umane, sulle vite quotidiane delle donne e degli uomini di ogni latitudine, cultura e condizione.

Quasi sempre, in ogni occasione di incontro al quale prendo parte, ci sono donne che a PuntoG 2001 o a quello del 2011 hanno partecipato, e noto una forma di sollievo in loro nel sapere che quell’evento, che spesso ha rappresentato tanto in termini di crescita e di emozioni, torna a esistere nella memoria, rivive in un testo, diventa storia tramandabile, si invera ed esce dalla dimensione esclusivamente personale.

Troppo spesso gli appuntamenti femministi, prima dell’era tecnologica che nei primi anni del nuovo secolo iniziava a farsi strada, non hanno lasciato traccia, o pochissima. Ma per PuntoG 2001, così come anche gli eventi di dibattito di luglio prima della fatidica giornata del giorno 20, sono stati il sangue e la violenza, che tutto cancella, a freddare la memoria.

In ogni incontro, quando il G8 fa da sfondo, l’inizio è sempre segnato dalla faticosa presa di distanza dal rischio di fissarsi esclusivamente sulla repressione, sulla polizia, sui neri con i tamburi, la Diaz, Carlo, Bolzaneto.

Eppure, quando racconto perché 20 anni fa siamo arrivate alla decisione di organizzare un evento femminista autonomo a un mese da luglio ecco che prendono fiato, finalmente, i contenuti: la critica alla globalizzazione neoliberista per costruirne una alternativa, le visioni e le soluzioni oggi così attuali, urgenti e necessarie sulle priorità politiche, culturali e sociali collettive, l’ecofemminismo come risposta.

A Como, nella bellissima cornice del parco di Villa Guardia un giovane africano è intervenuto alla presentazione organizzata da Arci dicendo che ascoltando i racconti di chi era a Genova sentiva il rischio che la sua generazione fosse considerata come parassita. Siamo pochi a interessarci della storia recente, delle lotte fatte da chi ci ha preceduto, ha sostenuto: siamo come sconfitti e apatici, parassiti appunto.

Questa considerazione mi è parsa straordinariamente importante, nell’oceano della retorica dei giovani precari vittime del saccheggio di risorse delle generazioni adulte, e ho provato a rispondere che ogni generazione ‘guida il carro sulle ossa dei morti’ e rischia, al netto del necessario conflitto con chi è venuto prima, di essere ottusamente avida e poco costruttiva. Ma che se, invece di parassita, ci si considera eredi, allora si può attivare una feconda relazione tra generazioni. Chi è più giovane, pur non avendo vissuto la storia trascorsa, ne diventa portavoce, la incarna, la rende propria, e così la rivive, la rende reale e attuale. Siate la storia del cambiamento, siate i diritti.

Il racconto dei motivi di Genova 2001, di PuntoG2001 e 2011 è dunque non solo narrazione ma indicazione di percorso da fare insieme, chi c’era e chi la impara ora.

 

(CREDIT PHOTO ANJA NIEDRINGHAUS hh PAL)



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