Werner Herzog, regista tedesco e del mondo

Il cinema di Herzog è un viaggio senza sosta che è arrivato a indagare quasi ogni angolo del mondo, ogni esperienza, ogni piega della vita. La sua esplorazione insaziabile è un’istanza biografica e artistica insieme, e ha origine nella distruzione materiale e morale della Germania. La profonda ricerca personale e sociale del regista ha contribuito in maniera determinante alla rinascita di un paese che, più del nostro, ha fatto i conti con il suo passato.

Simone Zoppellaro

Dall’esordio folgorante del 1968, Segni di vita, fino alla produzione più recente, ricca di documentari intensi e poetici, la parabola artistica di Werner Herzog investe ormai oltre mezzo secolo, e coincide in modo sorprendente con alcuni momenti topici della storia della Repubblica federale dove è cresciuto e si è formato. Nessun autore è più tedesco di lui. “Quando giro film complessi,” ammette, “ho sempre con me una ristampa fotomeccanica della traduzione della Bibbia di Martin Lutero del 1545”. Ma nessuno p al tempo stesso è più internazionale, capace di realizzare i suoi film in tutti i continenti e in decine di paesi, esplorando i contesti più impensati, dalla Corea del Nord all’Amazzonia di Aguirre, furore di Dio e Fitzcarraldo.
A leggere quella testimonianza straordinaria che sono le sue memorie, Ognuno per sé e Dio contro tutti, uscite in italiano per Feltrinelli nel 2023, non si può che pensare alla figura romantica del viandante (Wanderer), così tante volte ripresa da autori di lingua tedesca e, più di recente, anche da Thomas Bernhard. Così Herzog, in un appunto che possiamo leggere anche come una dichiarazione di poetica:
Sul camminare. Ancora e ancora, e poi ancora e ancora, nell’elemento più piccolo, quasi invisibile, è racchiuso il senso del mondo, questa è la materia da cui scaturisce il tutto. Alla fine della giornata, chi cammina non è più nemmeno in grado di contare le ricchezze di un solo giorno. Quando ci si muove a piedi, nulla è nascosto tra le righe, tutto accade nel presente più immediato e brutale: i recinti per il bestiame, gli uccelli che non sanno ancora volare, l’odore della legna appena tagliata, lo stupore degli animali selvatici.
Dalla povertà estrema e dalla distruzione fisica delle città che segnò i primi anni della sua vita, alla scoperta del cinema (la prima telecamera, come ammette candidamente, la rubò) e di una cultura altra e precedente a quella del nazismo, fino a un produzione artistica che è una continua messa in discussione dei suoi e dei nostri limiti, anche fisici, il cinema di Herzog è un viaggio senza sosta che è arrivato a indagare quasi ogni angolo del mondo, ogni esperienza, ogni piega della vita.
Regista dalla vitalità inesauribile, tanto da spronarlo a interrogarsi ancora oggi: “quante possibilità, quante alternative non vissute ho avuto io stesso a disposizione, non solo nell’invenzione di storie, ma nella vita stessa, senza che si traducessero mai in realtà, o solo molto più tardi”. La sua è soprattutto un’esplorazione inesausta, che è istanza biografica e artistica insieme, e ha origine nella distruzione materiale e morale della Germania.
Le pagine che dedica alla sua prima infanzia sono toccanti. Quando le scarpe e le mutande erano un lusso che la sua famiglia non si poteva sempre permettere; “le portavamo solo in autunno e in inverno fino alla fine di aprile; nei mesi senza, maggio, giugno, luglio, agosto, non avevamo neanche le mutande sotto i pantaloni di pelle”. Un’infanzia felice, ci racconta, nonostante i tanti ricordi legati a una fame che li accompagnava ogni giorno, trascorsa in una valle bavarese dove si erano rifugiati per scampare dai bombardamenti.
Qui una pagina che, ancora una volta, riporta alla memoria Thomas Bernhard:
Poi c’è stata una notte – e su questo non ho dubbi – in cui nostra madre ci ha tirati fuori dal letto, me e mio fratello Till, e ci ha avvolto di fretta nelle coperte perché fuori faceva un freddo tremendo. Siamo saliti con lei su un pendio, da dove si aveva una vista molto nitida. “Dovete vederlo, ragazzi,” disse, “Rosenheim sta bruciando.” […] Era un enorme bagliore, che disegnava nel cielo della notte il tremendo battito della fine del mondo. A quell’epoca, Rosenheim non significava nulla per me, ma da quel momento ho capito che fuori dal nostro mondo, fuori dalla nostra angusta valle, esisteva un altro mondo, pericoloso, spettrale. Non lo temevo, anzi, m’incuriosiva.
Un altro episodio che si intreccia con una delle pagine più nere della storia tedesca è l’amicizia con Rolf Pohle, compagno di classe e in seguito membro della Rote Armee Fraktion, che Herzog – pur sottolineando di non essere mai stato un simpatizzante – andrà a visitare durante il processo e nel carcere di massima sicurezza dove fu rinchiuso.
Non mancano poi i ricordi dei tanti suoi incontri e compagni di viaggio, dai suoi amori al genio creativo e distruttore di Klaus Kinski, che – come scrive Herzog – “aveva una presenza scenica come nessun altro nella storia del cinema”.
Infine, come era forse inevitabile trattandosi di un autore tedesco, le memorie di Herzog si intrecciano anche con l’Italia. Nel 1985 esordisce all’opera su invito del direttore artistico del Teatro Comunale di Bologna, dove metterà in scena il Doktor Faust di Ferruccio Busoni. Da quell’esperienza, nascerà un percorso che lo porterà a tornare spesso alla regia operistica; e ancora, uno dei sogni nel cassetto che Herzog ci racconta e che speriamo di vedere presto realizzati: “scrivere un requiem” sul Vajont, una tragedia su cui si interroga da anni.
Un’autobiografia, quella del “calabrone che punge” Herzog, che è anche un vaccino contro le tante banalità e inesattezze che continuiamo a leggere sui nostri media riguardo alla Germania. Un paese che, è doloroso ammetterlo, assai più del nostro è riuscito a voltare pagina dal suo passato e aprirsi al mondo; e questo, senza dubbio, lo dobbiamo anche a figure come Herzog.
CREDITI FOTO: ERINC SALOR



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