Will Smith e lo schiaffo a Chris Rock: guardarsi dagli uomini che proteggono le donne

Will Smith veste i panni del protettore, del salvatore, del vendicatore (manesco) del torto subìto non da lui ma dalla moglie, e attira l’approvazione molto diffusa di quante e quanti hanno voglia di menare le mani. La donna che ha subìto il torto scompare. Il palcoscenico è tutto e solo per il maschio che protegge.

Monica Lanfranco

Nell’ottobre del 2018 a Cannes un giornalista, durante la conferenza stampa di presentazione di Todos lo saben chiese all’attore Javier Bardem, (che nel film recita con moglie Penelope Cruz), con trita allusione alle scene sessuali: “Come si sente ad essere l’unico uomo al mondo che gode a lavorare con sua moglie”? La risposta di Bardem fu: “La domanda è davvero di pessimo gusto”.

Colpito e affondato nella vergogna in sette parole: una sintesi perfetta di stile e indignazione verso lo strumento, usato in quel caso pessimamente, più importante nella professione giornalistica, la domanda, appunto.

Nella professione attoriale, specie in chi fa della comicità il suo punto di forza, la scelta degli argomenti sui quali scatenare la risata è cruciale, come fare domande nel giornalismo. Freud ha indagato in profondità sul motto di spirito, concludendo che esiste un legame inscindibile tra comicità, inconscio e sessualità.

Una donna con la testa rasata perde una grande parte della sua sensualità, secondo la visione basica delle caratteristiche dei sessi che oppone bambolina a supermacho e quindi, indipendentemente dal motivo che l’ha portata a presentarsi in pubblico rasata, può essere messa alla berlina, rende possibile la risata, di scherno e derisione, a metà tra bullismo e dileggio.

Anche questo ci consegna la battuta di Chris Rock: l’adesione allo stantio stereotipo della donna considerabile femminile solo con chioma fluente, possibilmente e preferibilmente bionda, a coronare un bel visino giovane, fresco e sorridente.

L’attrice Jada Pinkett, (che soffre di alopecia), all’indirizzo della quale Rock aveva diretto dal palco degli Oscar, in mondo visione, la battuta sulla sua testa rasata (Jada, ti adoro. Non vedo l’ora di vedere Soldato Jane 2) si è giustamente infastidita, ma si è limitata ad alzare gli occhio al cielo.

Da lì in poi il pessimo spettacolo lo ha dato il marito, la superstar Will Smith, non tanto e non solo per il cazzotto che ha rifilato all’amico/rivale Rock quanto, dal mio punto di vista, per le ‘scuse’ contenute nel discorso al momento dell’inaspettato Oscar come migliore attore ricevuto qualche minuto dopo l’aggressione. Un pericoloso proclama, condito con lacrime, su come l’amore faccia fare cose folli (spesso è argomento a giustificazione degli atti violenti degli uomini sulle donne); su quanto il personaggio del film che interpreta protegga la sua famiglia, e su come questa preoccupante fusione tra vita reale e interpretazione sia connessa con la fede.

“In questo momento della mia vita sono sopraffatto da quello che Dio mi chiede di fare su questa terra- ha dichiarato l’attore. – Sono stato chiamato nella mia vita ad amare le persone, a proteggere le persone ed essere un fiume per la mia gente. Ho dovuto proteggere Jade. Io voglio essere un ambasciatore di questo tipo di amore, cura, attenzione”.

Perfetto: accanto all’evidenza che plasticamente illustra l’unilaterale reazione di ‘difesa’ da parte del maschio alfa nei confronti della femmina, (che nemmeno è stata interpellata dal difensore prima di partire con il cazzotto) il danno considerevole del gesto di Smith sta nel consenso che si tira addosso. Lo stesso consenso e simpatia che avevano suscitato le parole di papa Francesco quando aveva dichiarato che, se qualcuno avesse insultato sua mamma, lui avrebbe reagito con un cazzotto.

Nel suo discorso Smith veste i panni del protettore, del salvatore, del vendicatore (manesco) del torto subìto non da lui ma dalla moglie, e attira l’approvazione molto diffusa di quante e quanti hanno voglia di menare le mani, immediatamente e senza mettere in mezzo il tempo utile a formulare una risposta dettata non dalla rabbia narcisistica ma dall’empatia verso la vittima.

Qui la donna che ha subìto il torto scompare, come nei casi di violenza quando la stampa e l’opinione pubblica disquisisce su come lui fosse geloso, lui troppo innamorato, lui stressato dal lavoro o dalla disoccupazione, dalla durezza delle condizioni di vita o altro: il palcoscenico è tutto e solo per il maschio che protegge; lui sbaglia, magari sì, con il cazzotto, ma è per un eccesso di (cosiddetto) amore: insomma, certe persone capiscono le cose solo con le maniere forti.

Il paradosso è che una parte di umanità, non ancora fuori dalla ‘guerra’ al virus e catapultata nella (vera) guerra contro l’Ucraina, mentre a parole invoca la pace ecco che non  vede l’ora di dispensare ‘giustizia’ con le mani.

La guerra è tossica e infetta, certamente, l’inconscio così come i comportamenti attivi, il nostro linguaggio e il nostro agire. Servono tempo e fatica per depurarsi dal suo veleno: anche la giusta indignazione di Sean Penn di fronte al mancato collegamento del presidente Ucraino alla serata degli Oscar si è tinta di bile, quando l’attore ha detto che avrebbe distrutto le sue statuette. A che servirebbe quel gesto demolitivo? Cosa ne guadagnerebbero la pace e la solidarietà verso il popolo ucraino che sta soffrendo?

Il rischio, penso, è che, empatizzando con la parte manesca della ‘giustizia’ si precipiti mani e piedi nella stessa logica che ha scatenato la guerra, azzerando ogni differenza tra l’aggressione e chi ne è vittima.

CREDIT FOTO: EPA/ETIENNE LAURENT

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