“World Hijab Day”: una vita da modeste

Una potente operazione di marketing per sostenere l’orgoglio di indossare un indumento che nei paesi a dittatura islamica è un obbligo tassativo per tutte le donne, contravvenendo al quale sono previste percosse, carcere e persino la morte.

Monica Lanfranco

Come ogni anno, dal 2012, ricorre la giornata dell’orgoglio dell’hijab: nel 2022 saranno dieci anni dall’istituzione di questa giornata, (della quale avremmo fatto volentieri a meno), e il sito di riferimento sta facendo grande diffusione dell’evento celebrativo puntando sul claime ‘l’hijab è la nostra corona, non un crimine’.

Nel sito si fa sfoggio di termini come autodeterminazione, pregiudizio, discriminazione, persino femminismo, il tutto per sostenere l’orgoglio di indossare un indumento che nei paesi a dittatura islamica è un obbligo tassativo per tutte le donne, contravvenendo al quale sono previste percosse, carcere e persino la morte.

Significativo che le paladine della copertura della testa e del corpo femminile sfoggino le risoluzioni di alcuni paesi del nord America nelle quali si saluta con enfasi la ricorrenza, mentre molte testimonianze riportano i casi di ‘hijabofobia’, così è definita, che sarebbero stati riscontrati nei confronti di famiglie che mandavano le bambine a scuola avvolte nel velo integrale. Dopo il neologismo islamofobia ora c’è anche hijabofobia da annotarsi.

L’operazione di marketing nel web è molto potente: l’islam e le sue contraddizioni totalitarie e integraliste restano sullo sfondo, mentre volti giovani e freschi di belle ragazze sorridenti, identiche alle modelle testimonial dell’immodestia occidentale dei siti commerciali, invitano a festeggiare lo stile di vita modesto con centinaia di post sui maggiori social, (social che di modesto hanno davvero poco).

Da giorni con la consueta verve l’attivista di origini iraniane Maryam Namazie, ideatrice della Secular Conference e del sito One law for all, fa controinformazione su Meta, con cartelli che riprendono il concetto di intolleranza, con il quale spesso viene bollata la critica all’slam, al velo e alle altre coperture del corpo femminile, critiche definite anche ‘islamofobiche, decretando, di fatto la dogmatizzazione e l’intoccabilità di una fede religiosa (che come ogni altra fede è un’opinione, quindi soggetta come ogni pensiero e visione alla critica) che nemmeno prevede, nel suo testo di riferimento, l’obbligo del velo.

Si, sono intollerante, come ogni persona dovrebbe. Intollerante contro la misoginia”, recita Namazie in uno dei motti sulla sua pagina, accanto a “Il velo è, come nessun altro, il simbolo di cosa significa essere donna sotto l’islam: invisibile, soffocata, limitata, condannata a camminare come in una prigione. Separata, diseguale. Un oltraggio del nostro secolo”.

E mentre sono attesi gli attestati di benevolenza, da parte di pezzi del femminismo nostrano verso l’insindacabile scelta del velo, così come per altre forme di autodeterminazione relativista, (ad esempio prostituzione o utero in affitto), senza il minimo dubbio che ogni scelta (ammesso che sia davvero libera) ha delle ricadute collettive e non è mai soltanto puramente individuale, per fortuna in Italia nei giorni scorsi è stato sventato un caso di femminicidio annunciato a sfondo religioso, grazie al coraggio di una giovanissima che è riuscita a scappare dalla casa dei genitori, originari del Bangladesh, che la obbligavano al velo, ne controllavano ogni mossa e, per mettere fine alla sua legittima voglia di libertà, avevano infine deciso di darle in sposa con un matrimonio combinato. Una buona, buonissima notizia.



Ti è piaciuto questo articolo?

Per continuare a offrirti contenuti di qualità MicroMega ha bisogno del tuo sostegno: DONA ORA.

Altri articoli di Monica Lanfranco

Sarebbe assai interessante sapere le motivazioni che hanno portato, nei giorni scorsi, la commissione preposta dal Comune di Milano per valutare la collocazione di opere d’arte nello spazio cittadino a negare l’esposizione in una pubblica piazza della statua donata dalle eredi della scultrice Vera Omodeo, morta lo scorso anno. La statua, che rappresenta una  donna...

La decisione del parlamento francese di rendere l’aborto un diritto sancito costituzionalmente è un atto di cura verso la vita.

“L’aborto non è mai giusto, nemmeno in caso di stupro”. In un convegno alla Camera l'ennesimo attacco alle donne e alla legge 194.

Altri articoli di Blog

Mattarella di ritorno a Trieste per continuare un percorso di pace è insediato dalla destra populista e dal presidenzialismo meloniano.

Sarebbe assai interessante sapere le motivazioni che hanno portato, nei giorni scorsi, la commissione preposta dal Comune di Milano per valutare la collocazione di opere d’arte nello spazio cittadino a negare l’esposizione in una pubblica piazza della statua donata dalle eredi della scultrice Vera Omodeo, morta lo scorso anno. La statua, che rappresenta una  donna...

Il lavoro di Teresa Antignani è un connubio tra arte e resistenza, che prende forma con il racconto degli scempi e dei conflitti ambientali.