“Xiāoshī”, come sparire per mano del Partito Comunista Cinese

Politici, banchieri, imprenditori. Quando una personalità potente e influente diventa invisa al partito, non di rado viene fatta sparire e condannata alla damnatio memoriae. Familiari e amici sono pregati di non disturbare.

Roberto Rosano

Xiāoshī in cinese ha un suono adorabile, che ricorda il canto degli uccelli bengalini.  Il significato, però, può non essere altrettanto dolce: sparire, svanire, “levare il campo” per un breve periodo come la luna dietro le nuvole, come accaduto a Bao Fan, famoso banchiere dell’industria tech e fondatore della China Renaissance Holdings, la più importante banca d’investimento del Paese. A metà febbraio è scomparso nel nulla, is gone. Giorni dopo, la sua compagnia ha rilasciato una concisa dichiarazione secondo la quale Bao stava collaborando a un’indagine non meglio specificata. Anche Jack Ma, fondatore del colosso e-commerce Alibaba, nel 2020 è scomparso per tre mesi dopo aver espresso critiche pubbliche verso i regolatori finanziari cinesi. Nel 2017, Whitney Duan, una delle donne più ricche della Cina, ha avuto la stessa sorte e, quattro anni dopo la scomparsa, ha chiamato il suo ex marito con sede nel Regno Unito per avvertirlo di non pubblicare un libro che si annunciava foriero di inconvenienti.
Ma Xiāoshī può avere un’accezione assai meno passeggera: si può sparire anche in maniera definitiva, come accaduto nel 2015 a Xu Ming, imprenditore immobiliare considerato l’ottavo uomo più ricco di Cina, deceduto per un “attacco di cuore” nelle prigioni di Shanghai all’età di 44 anni. Subito dopo il decesso, il suo corpo è stato cremato in tutta fretta e non è chiaro se sia mai stata eseguita un’autopsia.
Alla vigilia del capodanno lunare del 2017, sparì anche il miliardario sino-canadese, Xiao Jianhua, presso un hotel di Hong Kong, quando agli agenti di Pechino non era ancora legalmente permesso di operare sul territorio dell’ex colonia. Cinque anni dopo, un tribunale di Shanghai lo condannò a 13 anni di carcere. Ciascuna di queste sparizioni, ivi compresa quella dell’ex Ministro degli Esteri Qin Gang di cui molto si sta discutendo, è coperta da un infallibile cerimoniale del riserbo: stiamo indagando, stiamo accertando le sue responsabilità. Nel frattempo: chiunque tu sia, qǐng ān jìng! Fai silenzio. Le famiglie e gli amici degli “scomparsi” sono “garbatamente” pregati di non rilasciare dichiarazioni.  Le discussioni a riguardo sono altrettanto garbatamente censurate sulla rete e sulla stampa nazionali. Agli “svaniti” si applica anche una damnatio memoriae, che può durare anch’essa solo il tempo dell’accertamento o per sempre, come ci spiega Yaqiu Wang, ricercatrice senior presso Human Rights Watch, che abbiamo contattato in questi giorni: “Il Partito Comunista Cinese da molti anni rimuove dei funzionari considerati tabù. Li epura ovunque possa, anche dai registri pubblici e arriva persino a cancellarne le foto. Vengono rimossi dai siti web, dai libri, dai giornali e, gradualmente, dalla memoria del pubblico”. Abbiamo chiesto a Yaqiu Wang che rapporto vi sia tra queste scomparse di alto livello e le black jails, i centri di detenzione informali che fagocitano molti comuni cittadini, noti come petizionisti e a cui Human Rights Watch ha dedicato un accurato studio: “Hanno in comune lo stesso sistema”, ci spiega la ricercatrice, “un sistema opaco, arbitrario e irresponsabile, che vive a dispetto dei diritti umani fondamentali”.

CREDITI FOTO: Jobs For Felons Hub|Flickr



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