Zagrebelsky: “Credo nella giustizia”

“Il mondo, il diritto non riesce a renderlo giusto ma, senza diritto, sarebbe incommensurabilmente peggiore di quello che è”. Che cosa è il diritto? Che cosa fanno i giuristi? Nel suo nuovo saggio edito da Einaudi il costituzionalista indaga “La Giustizia come professione”.

Rossella Guadagnini

“Il mondo, il diritto non riesce a renderlo giusto ma, senza diritto, sarebbe incommensurabilmente peggiore di quello che è”. Con questa professione di fede nella dea bendata (in quanto imparziale), con la bilancia in una mano (poiché equa) e la spada nell’altra (che simboleggia la punizione), si apre la nuova riflessione in forma di libro di Gustavo Zagrebelsky.

Del resto cosa chiedere di più a un giurista se non rendere il mondo migliore? “La Giustizia come professione” è il titolo del suo ultimo saggio, appena edito da Einaudi. Quanto al contenuto lo riassume benissimo lo stesso costituzionalista nella premessa, mentre sembrerebbe esaminarsi allo specchio come ex presidente della Corte Costituzionale, professore, critico, autore e via dicendo. Che cosa è il diritto, chi credono di essere e che cosa si crede che siano i giuristi, che cosa effettivamente fanno quando scrivono sentenze, citazioni, memorie, pareri, libri oppure espongono idee giuridiche a una classe di studenti? Che cosa pensano di trovarci ed effettivamente trovano i giovani che decidono di studiare giurisprudenza e non, per esempio, matematica o erboristeria?

“Sono domande di un certo interesse – commenta poi, a proposito di questa sua disamina – Altrettanto interessante il fatto che le risposte sono tante. Ciò significa che nessuna elimina i dubbi e tutte aprono possibilità di pensare, fare o dire diversamente. Ognuna si presta a essere rivoltata per un verso o per un altro. Così, ogni cosa detta è un impulso a contraddirla, a girarle intorno per guardare che cosa c’è dietro. Non sappiamo se la stessa cosa possa dirsi per ogni professione. Ma per chi opera con il diritto, certamente sì”. Che cosa c’è dietro: questo sembrerebbe un interrogativo da Sherlock Holmes. E la specificità di questa indagine sulla natura, i simboli e i cliché di chi esercita le professioni del diritto, lo conferma anche senza bisogno di lenti di ingrandimento (lo studio di codici e pandette) o di misteriose tracce di fango rivelatrici (le prove) di un investigatore. Ritornare indietro nel tempo, fino all’origine di un fatto, rendere attuale il passato come uno storico, per scoprire non solo cosa è accaduto ma per appurare la verità, non è certo cosa di poco conto.

Una ricerca godibilissima pure per coloro che di diritto e affini sono digiuni. Perché, al fondo della questione, c’è qualcosa che tutti noi profondamente condividiamo, avvertendo – fin da bambini – in maniera pressoché spontanea una cogente spinta a stabilire cosa è giusto e cosa non lo è, cosa è sbagliato. Della sete di giustizia siamo perfettamente consapevoli già nella prima infanzia, a detta degli esperti, così come della necessità di difendere i più deboli. E tanti più torti – piccoli o grandi che siano – abbiamo subito o quante più ingiustizie abbiamo visto passarci davanti, questa sete si è accresciuta nel tempo al punto che già da grandicelli, ci atteniamo quasi naturalmente – nella migliore delle ipotesi – a una serie di regole, una condotta, un modello, un credo per avvicinarci a questa idea che abbiamo e che ci siamo fatti confrontando quanto è accaduto con quanto abbiamo avuto modo di esperire.

L’ingiustizia domina il mondo e lo governa. Di fronte a questa generalissima constatazione non siamo tuttavia inermi, pare suggerire Zagrebelsky. Perché il diritto e la sua frequentazione possono dotarci di un corredo di armi potenti ed efficaci per discernere, valutare, analizzare, comprende e giudicare. Ai numerosi cliché su chi siano davvero i giuristi, ad esempio, è dedicato un intero capitolo, fitto di gironi affollati come quelli danteschi. Si va dai “cattivi cristiani” al “legalitarismo” come vizio fatale dei grilli parlanti, al disprezzo per i legulei, coloro che imbrogliano e confondono con argomenti bizantini. “Con un equivoco, con un sinonimo, qualche garbuglio si troverà, si troverà” canta il dottor Bartolo nelle “Nozze di Figaro” di Lorenzo Da Ponte.

Ecco poi i dogmatici che lavorano su purissimi “concetti giuridici” e non facciamo in tempo a osservarli da vicino che avanzano in torma i “venali e i rapaci”. Qui ci soccorre Erasmo da Rotterdam grazie a un proverbio greco sull’accettare doni: “né tutti, né a caso, né da tutti”. E mentre restiamo folgorati dalla sapienza antica – pensando assai banalmente a certi Rolex e a certi voli aerei, ad appartamenti e viaggi spesati a propria insaputa, a certe cene e a incredibili favori, Zagrebelsky intanto è passato allo studio dei “cortigiani”, anch’essi vil razza dannata prossima ai potenziali corrotti e altrettanto prolifica. Scrive Stendhal: “Ora, se si può dirlo, dov’è il giudice che non abbia un figlio o almeno un cugino, a cui aprire una buona carriera?”. Noi oggi lo chiamiamo familismo amorale. Ci sono quindi i più mesti “conformisti”, sostanzialmente desiderosi di mantenere lo status quo. La giurisprudenza “si adegua e alimenta il senso comune e i valori dominanti della ‘coscienza sociale’, e così contribuisce a stendere sulla società la rete del perbenismo, di ciò che è rispettabile e di ciò che non lo è”.

Un impietoso catalogo concluso da una considerazione: “le miserie, come dappertutto, sono dunque tante anche nel mondo del diritto. Poiché, però, il diritto si richiama allo splendore della giustizia, questo splendore deve rifulgere nelle sue immagini”. E qui passiamo all’esame dei simboli a cui è dedicato un altro capitolo, dato che “non c’è (…) professione che abbia alimentato una produzione d’immagini simboliche tanto abbondante”, una vera selva immaginifica per richiamarsi a Dante, che ha prodotto studi di grande interesse. “I simboli mirano a suscitare fede o culto. O incredulità e repulsione nei confronti di realtà ideali che non si dispiegano direttamente davanti ai nostri occhi e che hanno, perciò, bisogno di mostrarsi indirettamente, materializzandosi”. Sfilano perciò la “Dea iustitiae”, la “Virgo iustitiae” e la “Mala foemina” con tanto di attributi e bilancia, spada e benda di cui si diceva in principio. Magari facendo mostra di un seduttivo ginocchio nudo, quasi offerto all’occhio di chi guarda, come il regista Eric Rohmer ci ha insegnato mirabilmente in un film (del 1970) nel quale un uomo in procinto di sposarsi si invaghisce perdutamente del ginocchio di un’affascinante adolescente, Claire.

Anche agli avvocati e ai giudici, ai professori e agli studenti, sono dedicate altrettante acutissime tassonomie, né mancano le classificazioni dei luoghi fisici dove si esercita la professione, i palazzi di giustizia, che – al pari dei luoghi di pena, le carceri – hanno una loro forza e un ingombro al contempo materiale e spirituale. Si passa in seguito ai temi etici e morali come la coscienza del giudice e la sua solitudine. Le responsabilità individuali su argomenti come la pena capitale e la tortura sono inquietanti al punto da togliere il sonno e non solo quello. Anche perché il giudice si può trovare di fronte “al dilemma di dover ascoltare la voce della legge o della coscienza” e “manca un criterio oggettivo a cui potersi aggrappare”. Qui Zagrebelsky ricorda una frase di Guido Calabresi, giudice negli Usa: “Ho solo una certezza: si fa il proprio meglio e si chiede perdono”. Ma a chi? “Forse possiamo solo dire che non c’è soluzione – constata l’autore – e che dobbiamo tutti, giudici e non giudici, operare affinché questa prova ci sia risparmiata”.

Nel saggio non manca neppure la sorprendente (almeno per noi profani) conclusione sul diritto come “un fatto di massa”, resa esplicita dalla citazione di un grande giurista italiano, Franco Cordero che, nel “magnifico” Gli osservanti, ha indagato gli atteggiamenti della gente verso ciò che chiamiamo diritto, visto che la massa siamo pur sempre noi, “persone in carne ed ossa, spirito e corpo, uomini e donne”. C’è financo un’esortazione a “comportarsi principalmente secondo le esigenze dell’umana convivenza”, visto che andare dal giudice è solo “un’extrema ratio, sintomo di un fallimento”.

Le ultime pagine sono dedicate alla conciliazione, se sia o no meglio della punizione: e a questo punto quanto detto finora in un certo modo si ribalta. Poiché, chiede (e si chiede) Zagrebelsky, “come potrebbe una società vivere in pace con se stessa avendo rinunciato a punire il male estremo che alligna nelle sue pieghe, e avendo deciso di passare la spugna? La pena, prima di tutto, non è un male puntato contro un altro; è una presa di posizione rispetto a se stessi. È una forma di riscatto”. Quanto al male assoluto rappresentato storicamente dal nazismo, come anche – in tempi più recenti e minor scala – dalle purghe etniche, dallo stragismo e dagli assassini a capo di vaste organizzazioni criminali, la conclusione è netta. “Dai carnefici che aspirano alla riconciliazione ci si aspetta ch’essi accettino la pena. Come percorso di purificazione necessaria per diventarne degni”.

(credit foto Cirone-Musi, Festival della Scienza, CC BY-SA 2.0 via Wikimedia Commons)



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