“Il mondo sostenga la lotta delle donne in Afghanistan”. Intervista a Zarifa Ghafari

"La battaglia di una donna in un mondo di uomini" è il nuovo libro di Zarifa Ghafari, attivista che da anni lotta per un Afghanistan più giusto.

Marilù Oliva

“Per la maggior parte delle donne, anche il lavoro e la moschea erano off limits. Le ragazze non potevano frequentare la scuola, tantomeno di grado elevato: alle quattromila studentesse dell’università di Kabul fu ordinato di stare a casa. Le donne potevano lavorare soltanto nel settore sanitario, perché ai medici maschi era proibito curare pazienti di sesso femminile. Le bambine dovevano cominciare a indossare il burqa al compimento dei dieci anni”. Sono parole di Zarifa Ghafari, tratte dal libro La battaglia di una donna in un mondo di uomini appena uscito per Solferino. Zarifa è un’attivista che da anni lotta per un Afghanistan più giusto: è stata la prima sindaca di una città afghana tenuta in pugno dai talebani, ha perso il padre per colpa della violenza integralista e in questo libro denuncia la brutalità e la corruzione di un regime totalitario e ultraconservatore. Nel suo Paese ha fondato, con tutti i rischi che la cosa comporta, un centro per donne e bambini, Assistance and Promotion of Afghan Women. La sua vita all’insegna dell’emancipazione femminile verrà raccontata in un film trasmesso da Netflix e prodotto da Hillary Clinton.

Lei sta vivendo una vita all’insegna del coraggio e degli ideali per una società più giusta. Questo, però ha comportato sacrifici e rischi. C’è stato qualche momento particolare di grande sconforto?
Non ce n’è stato uno in particolare, ma certamente quello in cui ho saputo che mio padre era morto e quello in cui ho dovuto lasciare il mio Paese. Sono stati due passaggi di grande disagio e dolore.

C’è stato, invece, un momento in cui è accaduto qualcosa di particolarmente bello e incoraggiante?
Mi accadono ogni giorno nella mia vita professionale, mentre vedo le donne afghane ancora lottare, combattere e resistere per i loro diritti e per quelli delle generazioni future. Le vedo combattere per il mio Paese, il che è incredibile e questo è sempre incoraggiante.

Se potesse cambiare qualcosa, ora, in Afghanistan, quale sarebbe il primo provvedimento che prenderebbe?
Il primo passo sarebbe riportare le ragazze a scuola, aprire le università e fornire maggiori opportunità di lavoro alle donne in Afghanistan poiché le persone, specialmente le donne responsabili delle famiglie, stanno morendo di fame.

La brutalità del regime talebano ha colpito anche suo padre, Abdul Wasi, combattente contro i talebani, che è stato assassinato. Cosa le trasmesso di importante suo padre?
Mi ha trasmesso tanto di importante, ma soprattutto l’amore per il mio Paese, l’impegno a non arrendermi e continuare a combattere contro l’estremismo, il terrorismo e l’analfabetismo.

Secondo lei le donne in Afghanistan sono tutte consapevoli che è necessario un cambiamento?
Sicuramente le donne afghane conoscono questo bisogno, ecco perché lo combattono da decenni. Se il mondo non vede questa lotta, non riesce a capirla o non le dà davvero importanza è solo perché l’Afghanistan non è mai stato in cima alle priorità del resto del mondo. È stato invece spesso un campo di battaglia per spettacoli di potere tra autorità e politiche internazionali, e mai considerato in quanto grande Paese con milioni di abitanti.

La corruzione è uno dei tanti problemi che attanagliano il suo Paese. Lei dice di aver scoperto che gran parte delle entrate del comune finivano ai talebani, grazie ai loro sostenitori negli uffici comunali. Possiamo dire dunque che i talebani possono contare su una forte struttura amministrativa?
No, i talebani non hanno una forte struttura amministrativa. In questo momento in Afghanistan avvengono dozzine di omicidi, e si sente la mancanza di un governo funzionante. La sfida più grande è certamente l’elevata quantità di corruzione, che in gran parte è legata al grande flusso di denaro proveniente da tutti quei donatori internazionali, fondi, organizzazioni e persone che vivevano all’estero ma lavoravano nel governo afghano. Miliardi di dollari (secondo il rapporto SIGAR, 8 miliardi di dollari dall’inizio del regime talebano) sono stati portati in Afghanistan e ancora la gente muore di fame. L’abbandono del Paese e le immigrazioni clandestine sono la più grande prova di quanto i talebani siano incapaci di governare. Stanno cacciando i dipendenti professionisti e hanno nominato ministri, dirigenti e dipendenti del governo, dal basso verso l’alto, i mullah.

Perché questo sistema basato sulla violenza e sul sopruso resiste e non implode? Perché la gente non si ribella in massa?
Le persone, non sono solo all’interno dell’Afghanistan ma anche fuori, stanno combattendo questo, però il mondo deve prestare attenzione e smetterla di trattare gli afgani con doppi standard o, almeno, con standard diversi da quelli che usa per esempio con il popolo ucraino e con quello iraniano.

Secondo lei il mondo è sensibile a ciò che sta accadendo nel suo Paese? Vuole lanciare un appello?
Decisamente no, il mondo non è sensibile a ciò che sta accadendo in Afghanistan. E sì, voglio lanciare un appello, ma questo appello lo rivolgo alle persone della società civile, non ai politici. Perché le persone potrebbero prestarci ascolto e fare pressione sui politici per aiutarci, mentre i politici ci hanno venduti troppe volte da tanti decenni!

 



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