Zehra Dogan, pittrice e giornalista curda dissidente 

A pochi giorni di distanza dal 25esimo anniversario dall’incarcerazione di Abdullah Öcalan, fondatore del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, la storia personale e il lavoro artistico della dissidente curda Zehra Dogan ci ricordano quella di un popolo determinato a resistere e a creare una società profondamente democratica.

Mosè Vernetti

Zehra Dogan è un’artista, giornalista e attivista curda nata nel 1989 nella città di Nusaybin, non distante dal confine con il Kurdistan siriano. È una dissidente del regime di Erdoğan, che l’ha perseguitata per il suo lavoro artistico e giornalistico di denuncia delle atrocità subite dal popolo curdo.
Da giovanissima fonda la prima agenzia di stampa femminile turca, la Jinha, e inizia il lavoro di reporter sul campo al confine tra Kurdistan siriano e iracheno. In quella regione oggi governa l’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord Est (AANES), il Rojava, attraverso un processo di autogoverno, il confederalismo democratico, dove il potere politico, economico e giudiziario sono decentralizzati e dove ogni carica istituzionale, dal livello locale a quello provinciale, è presieduta sia da un uomo che da una donna.
Sono proprio i curdi siriani che hanno sconfitto Daesh (ISIS) sul campo tra il 2015 e il 2019, con l’esercito di difesa del popolo curdo (YPG e YPJ, l’unità di protezione delle donne). Ed è in quel periodo che Dogan ha raccontato del tentato genocidio del popolo yazida per mano di Daesh, da sempre supportato e finanziato da Erdoğan, principale minaccia al confederalismo democratico in Rojava negli anni a seguire. Le è costato particolarmente caro l’aver narrato il conflitto tra l’esercito di occupazione turco e il PKK (Partito curdo dei lavoratori in Turchia): Dogan è stata infatti condannata a oltre tre anni di carcere per propaganda terroristica. Dal momento che non le era permesso utilizzare i suoi strumenti, nel suo periodo in carcere ha continuato a dipingere utilizzando i suoi capelli, il suo sangue mestruale, caffè, tè e avanzi di cibo.
La sua storia personale rispecchia quella del suo popolo: è una storia di resistenza, di oppressione e di libertà. Di emancipazione da determinati dogmi di governo patriarcali, oppressivi sia nelle società islamiche che in quelle occidentali. Ad animare il suo lavoro artistico è proprio l’ideologia di liberazione di un popolo che per molti ha messo in atto la prima rivoluzione del 21esimo secolo, radicalmente democratica specialmente dal punto di vista dell’autonomia delle donne. Quella rivoluzione che si osanna principalmente per aver sconfitto il terrorismo islamico tra Iraq e Siria, ma forse non per la rilevanza sovversiva del progetto confederalista, così distante dalle democrazie liberali. Se Dogan è stata accusata di propaganda terroristica dal regime di Erdoğan, molti italiani solidali che si sono uniti alla rivoluzione e alla lotta contro l’ISIS sul campo sono stato criminalizzati al loro ritorno. La sua testimonianza è quindi rilevante anche per riflettere su alcune contraddizioni che serpeggiano dentro la nostra società.
L’ho incontrata e intervistata al centro culturale curdo Ararat a Roma.
Aprendo il suo sito web la prima frase che salta all’occhio è I do not understand why they throw us into prisons, we come out of them stronger still, “Non capisco perché ci mettano in prigione se ne usciamo ancora più forti”. A chi si riferisce con il we (noi)?
A tutte le persone che sono in carcere ingiustamente. Che sono in carcere perché lottano per i diritti. Quando una persona viene incarcerata in teoria dovrebbe aver commesso qualcosa di sbagliato, un reato, o essersi presa il diritto di qualcun altro. Quando le persone che hanno scelto di fare qualcosa di buono per gli altri vengono incarcerate, limitare il loro spazio le stimolerà a lottare ulteriormente, rendendole quindi più forti.
Il regime turco ha definito la sua arte propaganda terroristica. Parliamo di un regime che ha instaurato rapporti documentati con organizzazioni terroristiche come l’ISIS, che la accusa di terrorismo nonostante lei lo abbia avversato.
Il dipinto per cui sono stata incarcerata è particolare, perché in quel periodo ci trovavamo a Nusaybin, la città dove sono nata, e c’era il coprifuoco. Non potevamo uscire di casa mentre il regime distruggeva la città intorno a noi. Il mio dipinto si ispirava a un’immagine che ha fatto circolare un giornale turco fascista. L’articolo che la ritraeva era intitolato Vittoria a Nusaybin, con i militari in posa di fronte a quella distruzione. Quella era di fatto propaganda del dominio turco sul popolo curdo. Non l’ho fatta io quella foto, ne ho semplicemente ricopiato l’oggetto. Se loro considerano quella foto uno strumento di propaganda, allora lo è anche mio dipinto.
È comune per le persone curde attive politicamente essere accusate di terrorismo?
Un giorno ero con mia cognata, dopo una grande festa religiosa musulmana, uno di quei giorni in cui molte persone si spostano in massa per andare a trovare i loro famigliari nelle città di origine e quindi molto spesso si verificano incidenti stradali. Nel giornalismo in Turchia si usa la parola “terrore” per definire svariate tragedie, ogni volta che succedono avvenimenti che portano alla morte di qualcuno, non necessariamente in presenza di un attacco militare, e si usa lo stesso termine quando si parla di terrorismo. Quel giorno i quotidiani titolavano Terrore del traffico, parlando di un incidente stradale fatale per alcune persone. Mia cognata, vedendo quella notizia in televisione, si è arrabbiata moltissimo, iniziando a lamentarsi dicendo che noi (i curdi) non c’entravamo niente con quelle morti. “Adesso ci incolpano anche per gli incidenti d’auto”, diceva arrabbiata. Questa cosa è molto rivelatoria di quanto sia profonda la propaganda turca. Il telegiornale non stava facendo riferimento ai curdi o al PKK ma lei si è comunque sentita addosso l’accusa. Sono parole che noi non avevamo mai pronunciato e non ci appartenevano come popolo: passaporto, terrorismo, confini, dogane. Tutte queste parole non le pronunciavamo finché non ci sono state imposte. Eravamo curdi, vivevamo la nostra vita e a un certo punto ci è stato detto che qualcuno era farsi, qualcuno curdo, qualcun’altro turco e qualcuno terrorista. A quel punto quelle parole hanno iniziato ad assumere un altro significato per noi. Mia cognata non è attiva politicamente, è una semplice donna curda che alla visione di quella notizia ha subito pensato che si parlasse di lei.
Parlando di terrorismo, e soprattutto del modo in cui questa parola viene usata: da un lato la Turchia di Erdoğan teme la resistenza curda che va avanti da moltissimo tempo, mentre dall’altro in Occidente, quando si parla di curdi, si fa riferimento al popolo che ha sconfitto l’ISIS sul territorio, parlando quindi del popolo curdo in contrapposizione al terrorismo. Pensi che entrambi, in qualche modo, temano la rivoluzione curda?
Se guardiamo al periodo del Rojava e di Kobane, sia gli Stati Uniti che l’Europa hanno sostenuto la lotta nella regione in quanto lotta al terrorismo. Anche loro, mentre dicevano ciò, si rivelavano in contraddizione, dal momento che il PKK è nelle loro liste delle organizzazioni terroristiche. Questo manipola il pensiero delle persone che vivono quei territori, perché se il PKK condivide lo stesso progetto del Rojava, fiancheggiato dalla coalizione internazionale, come si fa a sostenere l’avanzata delle YPG e YPJ e del PKK contro l’ISIS, mentre si continua a considerare il PKK un’organizzazione terroristica?
La ragione per cui il PKK è incluso nelle liste delle organizzazioni terroristiche è perché non persegue uno Stato nazione. Se avessimo voluto una nazione non sarebbe stato così difficile ottenerla: un altro progetto nazionalista non avrebbe preoccupato gli Stati europei.
E il popolo curdo a che cosa ambisce?
Noi non vogliamo uno Stato nostro, vogliamo che le persone possano vivere secondo la propria democrazia e secondo le specificità locali in maniera confederale. Vogliamo che ciò accada in un modo che renda le donne davvero libere, senza confini e senza armi. Gli Stati esistono opprimendo le donne, vendendo le armi e pretendendo che le persone facciano affidamento a loro per la sicurezza. Per proteggere le persone gli Stati necessitano di confini e di fabbricare armi per fronteggiare i rischi esterni. Anche su questo si fonda la pretesa che le persone debbano per forza avere bisogno di uno Stato. Per garantire la sua esistenza lo Stato ha bisogno di comunicare questo messaggio: per vivere al sicuro servono confini e armi e quindi le persone devono adattarsi a questo modello.
Nel periodo tra il 2016-2019, qui in Europa la lotta dei curdi contro Daesh era molto seguita. I nostri media hanno speculato molto sull’immagine delle combattenti donne, in particolare sul loro aspetto estetico.
Voglio fornire un esempio più recente rispetto a questo: Jîna Mahsa Amini, la donna la cui uccisione a Teheran ha innescato la scintilla delle rivolte iraniane, era curda. Ed è proprio dal Kurdistan che sono partite le prime rivolte poi culminate nelle piazze iraniane con lo slogan, anch’esso curdo, “Jin Jian Azadi”. Anche se le rivolte sono partite dai curdi, ci si è concentrati sulle donne iraniane senza mai nominare la provenienza della donna la cui morte è stata all’origine di quegli eventi. Nei parlamenti europei anche le donne più di destra gridavano “Jin Jian Azadi”. Influencer, attrici e modelle hanno ripetuto questo slogan tagliandosi i capelli, senza però riempire questo gesto di un significato. Si è trasformato in uno show. Il significato di una lotta è stato svuotato per metterne in scena un’altra. Il femminismo occidentale è molto diverso dal nostro. Alcuni fotografi occidentali in Rojava cercavano di immortalare il momento in cui una donna stava guardando un obiettivo in maniera concentrata; quello sguardo catturato in un certo modo mandava il messaggio che la donna facesse uno sguardo sexy, mentre quella donna era in guerra. La scelta è stata quella di catturare lo sguardo così da trasmettere un altro significato rispetto alla lotta di quella donna in quel momento. Altro esempio è quello della linea di magliette prodotta da H&M con i disegni delle divise della guerriglia. Questi sono tentativi di svuotare di significato quella lotta, non sono casualità. Adesso “Jin Jian Azadi” è ripetuto da tutti ma in pochi sanno che nasce dalla guerriglia delle donne nelle montagne curde e che ha come fondamento un paradigma che si basa sulla democrazia diretta, sull’ecologia e sulla libertà reale delle donne.
Ha menzionato le rivolte in Iran. Cosa pensa del modo in cui vengono raccontata? Anche lì viene condotta una lotta alle forme oppressive del radicalismo islamico.
Dove sono cresciuta è comune essere vittima di numerose oppressioni a causa dell’Islam radicale. Negli anni Novanta svariati gruppi islamici armati finanziati dai turchi compivano omicidi mirati, rapimenti, versavano l’acido sulle donne con il capo scoperto, ci tagliavano le gambe con il taglierino se avevamo le gonne troppo corte. Ho vissuto questo periodo di terrore, ma non scenderei a manifestare in strada soltanto contro l’Islam, perché non è una questione di religione. Io sono cresciuta in una famiglia musulmana, mia mamma è molto credente. L’uso politico dell’Islam è diverso, è quello che opprime le libertà delle persone. Non ho mai creduto al fatto che in Iran protestassero soltanto contro l’Islam, solo contro la Sharia. Perché le persone dovrebbero protestare e rischiare la vita contro una religione? Le persone vivono credendo in qualcosa: una religione o altro. Tutte le religioni del libro maledicono la donna. Ma anche l’ateismo o l’assenza di religione possono portare all’oppressione della donna o comunque a identificarla come qualcosa di sbagliato da colpevolizzare. Quelle persone non sono andate in piazza per protestare contro l’Islam, ma a favore di una società democratica, in cui si realizzi la vera libertà dei popoli. Nonostante migliaia di persone siano state arrestate, e abbiano rischiato la vita, quella rivolta è stata sedata prima di diventare una rivoluzione. Lo slogan “Jin Jian Azadi” aveva l’ambizione di portare a un cambiamento radicale dell’esistente e lo stesso vale per il Rojava. Se in Rojava ci fosse stata soltanto una lotta per un pezzo di terra indipendente prendendo il potere, anche dal lato femminile, senza però la volontà di sradicare dalle fondamenta la struttura della società esistente, a quest’ora avrebbe ottenuto un riconoscimento internazionale. Ma oggi il Rojava è ancora osteggiato e minacciato perché lì non si vuole semplicemente piantare una bandiera, oppure dare uguale rappresentanza politica alle donne e agli uomini in maniera simbolica: si vuole cambiare radicalmente la società.
Le esperienze di liberazione nazionale spesso portano a nuovi Stati, oppressivi come quelli che si erano combattuti. Lei per cosa combatte?
Io non credo di voler essere comandata, controllata, istruita da un’oppressione di matrice curda rispetto a una turca. Se è un curdo a imporre nelle scuole un certo tipo di pensiero, ad opprimere le donne, a controllare la mia vita, è lo stesso per me. Io per questo non lotterei né combatterei. Combatto per una terza via, per una vita libera, e non affinché qualcuno della mia stessa etnia, che parla la mia stessa lingua, mi possa controllare e opprimere allo stesso modo. Uno scrittore curdo ucciso dallo Stato per i suoi scritti, con l’accusa di propagare l’ideologia separatista dallo Stato turco, durante il processo ha risposto: “ma per quale motivo io dovrei voler andare da Diyarbakir a Istanbul con un passaporto?”. Questa è una cosa semplice ma molto potente. Noi siamo accusati di separatismo, ma il movimento curdo non vuole nuovi confini, non vuole nuovi Stati. Non vuole separare niente. 



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