Le resistenze e il discorso di Zelensky al parlamento italiano

Il presidente ucraino ha evitato sia di reiterare la richiesta di no fly zone (forse per realismo) sia qualunque riferimento alla Resistenza italiana, dopo invece gli azzardati paragoni storici proposti in altre occasioni.

Davide Grasso

L’atteso discorso di Zelensky al parlamento italiano non ha fatto riferimento, contrariamente ai precedenti, alla creazione di una no-fly zone sui cieli dell’Ucraina: può essere un segnale di realismo. Ciononostante il discorso ha preso avvio con un’espressione forte: Zelensky ha detto di «comprendere» i nostri desideri di pace, ma ha aggiunto che oggi il popolo ucraino ed il suo esercito sono diventati «una cosa sola».

La nostra storia nazionale fa apparire indigesta questa espressione. L’Italia ha condotto missioni in Africa al limite del genocidio ed è entrata in entrambi i conflitti mondiali come aggressore (nel secondo, da tirapiedi di Hitler). Le sue “missioni” recenti sono legate a occupazioni di paesi stranieri: Afghanistan e soprattutto Iraq. Proprio perché la nostra storia ci ha educato alla diffidenza verso gli eserciti – e verso chi vorrebbe che tutto il popolo si identificasse con essi – dobbiamo però ricordarci che il caso dell’Ucraina attuale è ben diverso: un paese aggredito con una variegata popolazione oggetto di un attacco che è coloniale nei metodi e nelle giustificazioni.

Per immedesimarci nei sentimenti che provano le persone di quel paese dovremmo tornare ad eventi remoti della storia italiana, come le insurrezioni milanesi o veneziane contro l’occupazione austriaca; o dovremmo riflettere sull’evento che molti temevano che Zelensky, con la proverbiale superficialità storica che lo caratterizza, avrebbe tirato in ballo: la guerra italiana di liberazione dall’occupazione tedesca. Lo temevamo non perché la resistenza ucraina non sia una resistenza nazionale come fu quella italiana, ma perché quest’ultima, diversamente da quella ucraina, fu anche antifascista. Nel primo e nel secondo aspetto si situano i criteri con cui dovremmo posizionarci di fronte all’appello rivolto da Zelensky non soltanto allo Stato, ma a tutta la popolazione italiana.

Il principio dell’autodeterminazione nazionale ci impone di sostenere l’Ucraina e di combattere ogni forma di equidistanza tra Ucraina e Russia. Il superiore principio della protezione umanitaria mondiale ci impone però di sostenerla in modo condizionato. Distinguere la dimensione nazionale (diritto dell’aggredito) dalla sua qualificazione politica (potenziali politiche aggressive da parte dell’aggredito) è ciò che sta mandando in confusione quanti sono convinti che tutte le resistenze debbano somigliare a quella italiana, e che tutti i partigiani debbano essere antifascisti e impegnati direttamente contro Hitler, o magari addirittura comunisti (cosa che in Ucraina è un po’ difficile, e non per colpa della Nato).

Tutto questo rivela una visione riduttiva anzitutto della nostra guerra di Liberazione. Lo Stato italiano monarchico schierò tardivamente il suo esercito contro l’occupante coordinandosi, anche grazie alla mediazione angloamericana e sovietica, con il Comitato di liberazione nazionale. Quest’ultimo va distinto dall’altrettanto rilevante Corpo italiano di liberazione diretto dallo Stato, confinato a sud e impegnato a risalire verso nord dove il Cln già operava. La scelta del governo di schierarsi con quello che a tutti gli effetti fu un invasore (quello angloamericano) contro l’altro invasore (tedesco) trovò il sostegno della stragrande maggioranza della popolazione perché le due fazioni, più che lingue o “culture” diverse, rappresentavano sistemi politici fortemente contrapposti. Questo è ciò che mobilitò le persone rendendole solidali con i partigiani, con l’esercito e con gli Alleati, facendo diminuire lo scetticismo popolare verso le imprese militari, non più collocate in Africa o in Unione Sovietica per uccidere sconosciuti lontani, ma nella Val Padana e negli Appennini per cacciare un occupante feroce.

Mio nonno Antonio Traverso, che ho dovuto piangere pochi mesi fa, risalì la penisola da Brindisi a Roma con le unità dell’esercito regio e, per questo, ottenne come migliaia di giovani dell’epoca un riconoscimento dal Corpo italiano di liberazione. Tantissimi italiani, in quei due anni terribili, diedero il loro contributo in quelle fila, separati dai partigiani spesso per mere contingenze geografiche. Combatterono – sempre come i partigiani – in stretto rapporto con i comandi inglesi e statunitensi ma, diversamente dai partigiani, furono diretti e organizzati da uno Stato e da una corona che avevano portato l’Italia alla catastrofe, arrivando a compiere massacri in Africa e nei Balcani in nome del fascismo, a promulgare le leggi razziali, e che ora cambiavano casacca per salvarsi. Dovremmo per questo mancare di rispetto a quei giovani di allora? Dovremmo considerare il loro esercito espressione di uno sforzo di serie B perché mediocri ne erano i vertici?

Dovremmo identificare l’azione di quell’esercito con il popolo o con lo Stato? In una situazione di guerra non è soltanto la distanza dell’esercito dal popolo a variare, ma le implicazioni politiche e morali di questa variazione, opposte a seconda dei contesti. Quando le persone vivono la realtà brutale del terrore, dello sfollamento e della guerra, si uniscono attraverso un’empatia tanto più forte perché necessaria. Di fronte alla violenza devastante che arriva, la gente è grata e incredula verso chi si arma e muore per reagire, per ribellarsi alla prepotenza del dominio, ancor più se la sua lotta è impari e senza speranze, se non quella di pesare politicamente come un macigno, instillando in tutta l’umanità l’ammirazione emotiva, incontrollabile e acritica per il partigiano – italiano, ucraino, curdo, palestinese – espressa suo malgrado persino dall’Imperatore di fronte ai disprezzati prigionieri ebrei nelle Memorie di Adriano, il romanzo di Marguerite Yourcenar.

L’impresa della liberazione dell’Europa dal fascismo fu compiuta anche da persone che non avevano ideologia, che erano reduci dalle spedizioni fasciste e a volte comprendevano soltanto la necessità di liberare i propri territori da un intruso che parlava un’altra lingua. Ciò cui guardano talvolta le persone in queste situazioni non sono i dettagli dell’uniforme o della dottrina di chi resiste, né se abbia un disegno politico che va oltre la resistenza. Questo è problematico, ma mai quanto la freddezza con cui il saccente osserva la sorte che tocca agli altri. La riflessione, nella nostra società prima ancora che in parlamento, su cosa proporre realisticamente alle ucraine e agli ucraini, è oggi resa difficile da questa stucchevole impasse – figlia, paradossalmente, proprio del clima dovuto al privilegio di pace che nonne e nonni imperfetti ci hanno garantito. Unico risultato è ritardare le vere, urgenti domande: in che modo un popolo – anche il nostro, se accadesse – può e deve difendersi? Come dovrebbe essere organizzato, in una nazione giusta, un esercito realmente democratico? E come dovrebbe essere comunicata all’esterno la richiesta di solidarietà di un popolo invaso?

Nonostante non abbia nominato i partigiani, Zelensky ha invocato il parallelo tra invasione russa e nazismo. Draghi lo ha seguito a ruota. Il presidente ucraino vorrebbe dipingere l’immagine del suo governo con i colori di una resistenza non soltanto nazionale, ma fino in fondo morale, eppure non può farlo. Questo limite non riguarda altro se non la classe dirigente ucraina, che d’altra parte la maggioranza degli ucraini ha eletto. Zelensky ha finora trovato un’opposizione alla sua retorica soltanto nel confine che la Knesset gli ha tracciato davanti. La rivendicazione della legittimità di una lotta non dovrebbe permettere la disordinata appropriazione simbolica delle lotte e delle sofferenze altrui.

Veniamo da giorni di incontrollato fraseggio antistorico da parte del presidente ucraino: “I have a dream” al Senato statunitense e il riferimento alla “darkest hour” alla Camera britannica, passando per un “mai più” fatto risuonare di fronte ai deputati tedeschi – fino al supremo, demenziale paragone dell’aggressione russa con la soluzione finale di fronte al parlamento israeliano. Gli orrori della storia vengono ridotti a un supermercato dove attingere a proprio piacimento, per confezionare frasi a effetto. Il razzismo contro gli afrodiscendenti o lo sterminio degli ebrei sono affogati in equiparazioni che possono avere l’esito di frustrare le aspettative delle nuove generazioni per una comprensione razionale della storia.

Se Zelensky vuole combattere, oltre che per l’indipendenza Ucraina, anche contro gli spettri del fascismo, del razzismo e della soluzione finale, cominci a spiegare ai parlamenti del mondo perché a resistere, nel sud ucraino, sia in buona parte quel Battaglione Azov che, inquadrato da anni nelle forze regolari dello Stato, ha commesso crimini efferati contro comunità ucraine e non ha cessato di coltivare un’idea di società che si ispira al regime hitleriano. Quando il fondamentalismo cristiano e i suprematismi razziali dilagheranno in Europa anche grazie al capitale di legittimazione ideologica e militare accumulato da forze del genere, gli opinionisti diranno che è stato sbagliato non eccepire oggi su questi aspetti. Sarà come con i fautori dell’invasione dell’Iraq di ieri, divenuti improvvisamente, oggi, difensori del diritto internazionale e della lotta armata di un popolo occupato. Rintuzzati sulla loro incoerenza, ammettono che fu sbagliato strombazzare a reti unificate la propaganda di Bush; ma noi non ci salveremo grazie all’ipocrisia di giornalisti fuori sincrono.

Se Zelensky avesse avuto di fronte a sé un parlamento diverso da quello che è riuscito a infastidire pure Mattarella con i proverbiali applausi di chi non ha niente da dire, avrebbe ricevuto offerte di sostegno – ma condizionato. Le stesse che noi, nella società e fuori dallo Stato, dovremmo porgere agli ucraini. È una nazione aggredita, ha diritto di difendersi ed è dovere di tutte e tutti aiutarla; ma il Battaglione Azov e i gruppi analoghi devono essere sciolti, giacché mettono a rischio la sicurezza di noi europei non meno del gruppo Wagner sguinzagliato da Putin. Miliziani del genere dovrebbero essere obbligati a battersi senza insegne e senza costituire gruppi politici organizzati. Fino a che questo non accadrà, occorre dare sostegno soltanto ai resistenti ucraini che non adottano ideologie del genere e non hanno legami con questi gruppi. Zelensky deve dimostrare di credere alle garanzie democratiche e del diritto internazionale che invoca.



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