Sopravviverà il capitalismo ai nipotini?

Per la rubrica “Rileggiamoli insieme”, un focus su “Il capitalismo spiegato a mia nipote – nella speranza che ne veda la fine” (Jean Ziegler) e “Le passioni e gli interessi – appunti politici in favore del capitalismo prima del suo trionfo” (Albert O. Hirschman).

Pierfranco Pellizzetti

«Individualismo, ultimo dei ‘grandi racconti’ che
hanno resistito al tramonto della filosofia della storia»
Luc Boltansky ed Ève Chiappello

«Il compito urgente del Primo mondo sarà quello di
realizzare la quadratura del cerchio: conciliare la
prosperità, la coesione sociale e la libertà politica»
Ralf Dahrendorf

Jean Ziegler, Il capitalismo spiegato a mia nipote – nella speranza che ne veda la fine, Meltemi, Milano 2021
Albert O. Hirschman, Le passioni e gli interessi – appunti politici in favore del capitalismo prima del suo trionfo, Feltrinelli, Milano 1993

Lo strano caso di uno svizzero controcorrente

«Allo stato attuale la produzione agricola mondiale potrebbe facilmente sfamare 12 miliardi di persone. Da un altro punto di vista, si potrebbe equivalentemente dire che ogni bambino che muore per denutrizione oggi è di fatto ucciso» (Jean Ziegler, ONU “Special Rapporte on The Richt to Food”).

La prima volta in cui mi imbattei in Jean Ziegler (leva del 1934) fu nel lontano 1976. In Svizzera, terra non solo di cioccolata e orologi a cucù – come disse una volta Orson Welles – ma anche habitat di un sistema finanziario pervasivo, incentrato sulle celebri banche che davano lustro alla Confederazione. Ziegler, allora consigliere comunale socialista a Ginevra aveva appena squarciato il velo di ipocrisia che avvolgeva il plurisecolare paradiso fiscale incastonato tra le Alpi con un libro dal titolo che era tutto un programma (“Une Suisse au-dessus de tout soupçon”, una Svizzera al di sotto di ogni sospetto); facendosi odiare da almeno metà dei suoi compatrioti, in qualche misura imbrancati – direttamente o indirettamente – in quella linda lavanderia di denaro di dubbia origine proveniente da mezzo mondo (allora non si erano ancora scoperte le delizie dell’occultamento dei maltolti in zone esotiche e paesaggi caraibici). Ditata negli occhi nella popolosa e stimata combriccola di banchieri e bancari elvetici, cui nel 1990 si aggiunse l’ulteriore provocazione di un nuovo saggio titolato in maniera altrettanto inequivocabile: “La Svizzera lava più bianco”.

Dopo di che per il simpatico provocatore ginevrino fu preferibile cambiar aria, lontano dalle imprevedibili quanto drastiche reazioni di composti e apparentemente inoffensivi conigli mannari suoi connazionali. Nasce da qui la sua lunga esperienza – dal 2000 al 2008 – all’ONU, in veste di Relatore Speciale sul diritto all’alimentazione nel Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. Un cambio di prospettiva – dalla Svizzera al mondo – che gli consentirà di approfondire la sua conoscenza della consapevolezza epocale che si ammanta ipocritamente nella benevolenza compassionevole. Consapevolezza che gli ha ispirato l’indignazione fredda che attraversa il suo saggio forse più noto (La privatizzazione del mondo – Padroni, predatori e mercenari del mercato globale) innanzi a «l’agonia della democrazia e dello stato nazionale territoriale che fino a oggi ne assicurava la salvaguardia» .

Un lungo viaggio nell’orrore che scaturisce dalla distruzione di qualsivoglia speranza di un contratto sociale universale, con squarci addirittura profetici. Come la denuncia della “biopirateria” di Big Farma di cui ci stiamo rendendo conto con sempre maggiore sgomento in questi mesi di pandemia da Covid-19. Lo sganciamento assassino da ogni forma di controllo nazionale o sovranazionale delle multinazionali farmaceutiche; estorto e legittimato attraverso de-regolazioni a mezzo accordi truffaldini (e a forte sospetto di collusività) come il protocollo TRIPS del 1994 (The Agreement on Trade Related Aspects of Intellectual Property Rights stipulato con l’Organizzazione Mondiale del Commercio) che – scrive Ziegler – «copre l’immenso campo dei farmaci e permette alle società transcontinentali di controllare a livello mondiale la fabbricazione, la distribuzione e il prezzo dei principali prodotti. […] La protezione mondiale dei brevetti in possesso delle società transcontinentali impedisce in pratica ai malati di paesi poveri di accedere alle cure».

Una denuncia – quella di Ziegler – che si nutre della nostalgia di quei valori dell’Illuminismo che ormai risultano messi al bando. Il risentimento per quello che avrebbe potuto essere e non è stato.

In favore del capitalismo prima del suo trionfo

Albert Hirschman ci offre una ricostruzione dell’ascesa capitalistica lontana dalla vulgata corrente. L’idea semplicistica che le formidabili energie scatenate dipendano dall’avidità, ossia la rivisitazione della veneranda metafora adamsmithiana della “Mano Invisibile”. Ossia i processi innovativi che hanno accompagnato l’istaurazione capitalistica del modo di produrre industriale dipenderebbero dalla remunerazione patrimonializzata dell’invenzione grazie al titolo possessivo. La brevettabilità. Per cui – secondo Nathan Rosenberg e Luther E. Birdzell – «il sistema occidentale dell’innovazione risulta interconnesso al suo sistema dei diritti di proprietà privata» . La “visione eroica dell’invenzione” su cui ironizza Jared Diamond («i progressi sono dovuti a un numero limitato di individui geniali, tutti europei, o almeno discendenti di immigrati europei. Questi grandi uomini avrebbero potuto nascere in Tasmania o Namibia?» ).

Tesi neppure minimamente sfiorata dalla consapevolezza che l’invenzione è sempre un prodotto sociale, l’effetto di un ambiente fertilizzato dalle idee. Altrimenti non si capirebbe perché la rivoluzione industriale non avvenne nell’Alessandria dei Tolomei, seppure ricca di scienziati e inventori di corte lautamente remunerati, mentre letteralmente esplose nell’Inghilterra al tempo della Grande Elisabetta, in una società resa febbricitante dal diffondersi dei processi di mobilità sociale, indotti dal fenomeno dei ceti emergenti. Sicché «gli elementi di superiorità della scienza moderna non sembrano poggiare su idee radicalmente nuove, ma piuttosto sul fatto che elementi dell’antica cultura hanno avuto di nuovo nell’Europa moderna la possibilità di interagire e svilupparsi, con il vantaggio di potersi avvalere di una base sociale molto più ampia» .

Rispetto a questa ricostruzione – come dire? – sostanzialistica e rampante dell’avvento capitalistico la tesi di Hirschman suona abbastanza minimalista: «si dovette in gran parte al diffuso rifiuto di prendere il capitalismo sul serio o di crederlo capace di grandi disegni o realizzazioni» (AOH pag.48). Come scrisse, quando ormai si era nel marzo1773, Samuel Johnson: «poche sono le maniere in cui un uomo può essere innocentemente impiegato che in quella di far denaro». Di certo, tale era il convincimento degli intellettuali al tempo dell’autunno del medioevo. Nella sopravvivenza di un ideale aristocratico-cavalleresco ormai svuotato di significati. In cui – secondo Johan Huizinga – il nuovo ordine capitalistico-borghese si insinuò quasi di soppiatto. Inducendo un macroscopico errore di valutazione. La ragione di tutto ciò – scrive lo storico olandese – «sta nel fatto che la forma di vita della nobiltà ha continuato a dominare la società anche quando da lungo tempo la nobiltà, come ceto sociale, aveva perduto la sua importanza predominante. […] La sua importanza fu dai contemporanei troppo sopravvalutata, quella della borghesia fu stimata sotto il suo valore reale. Gli uomini di quell’epoca non si avvedono che le vere forze motrici risiedono altrove che non nella vita e nelle azioni di una nobiltà guerriera» .

Anche in questo caso un accadimento storico che confermerebbe una originale teoria del nostro Hirschman: il cambiamento come sorpresa. Altrimenti – spiega – «non potrebbe aver luogo affatto, perché verrebbe schiacciato dalle forze favorevoli allo status quo» .

Fatto sta che l’interesse economico fu considerato a lungo una benigna modalità di ricondurre a ragione le passioni irrazionali dominate dall’ambizione e solo «alla metà del secolo diciannovesimo l’esperienza compiuta con il capitalismo aveva totalmente sovvertito la dottrina dei benigni effetti del doux commerce sulla natura umana: e proprio perché la proprietà era ormai considerata una forza selvaggia, sfrenata e rivoluzionaria» (AOH pag.92).

Nel frattempo, l’umanità aveva potuto fare i conti con gli effetti dell’avidità diventata costituente del nuovo assetto dominante: nel Primo Mondo, i borghi putridi, lo sfruttamento, le devastazioni ambientali e il lavoro minorile della rivoluzione industriale; nel Mondo Altro, gli orrori dello schiavismo e del colonialismo economico, con relativi genocidi. Esemplare. A questo punto arriva il racconto di nonno Ziegler a sua nipote Zohra. A cui il saggio breve di Hirschman ha fatto da battistrada, smascherando la natura mimetica dell’ordine instaurato alla fine dell’Ancien Régime.

Cosmocrati, cleptocrati, cannibali

Certo, segni di quello in cui tende a trasformarsi l’assiomatica dell’interesse economico, quando cambia natura e aggettivazione; nel passaggio da “razionale” a “ferocemente avido”. “Cannibale”, dice Ziegler. Quindi saccheggiatore sottotraccia.

Del resto i contemporanei – volendo – avrebbero avuto la possibilità di appurare cosa stavano combinando gli olandesi delle Indie Orientali nell’anno 1621 nell’arcipelago delle Molucche, allo scopo di accaparrarsi il lucroso monopolio di noce moscata, macis e chiodo di garofano. Risultato ottenuto massacrando «quasi per intero la popolazione delle isole, probabilmente quindicimila persone »; sulla scia dei sanguinari energumeni di Cortez e Pizarro, autori dei genocidi a milioni in Latino America del secolo precedente (di cui il padre domenicano Bartolomeo de Las Casas aveva fornito ampie – e inorridite – documentazioni ). E sulla rotta oscena delle navi schiaviste nei due secoli seguenti.

Eppure, ancora nella seconda metà dell’Ottocento, e sempre in bilico tra apologia e denuncia, il suo massimo critico Karl Marx descriveva il Capitalismo nei termini di una possente forza creativa, civilizzatrice («essa ha creato ben altre meraviglie che le piramidi d’Egitto, gli acquedotti romani e le cattedrali gotiche» ).

Un equivoco perdurato lungo tutta la fase industrialista: il Capitalismo come cornucopia, i cui effetti benefici possono diventare patrimonio collettivo grazie alla democrazia e – prima ancora – le lotte del lavoro. Magari i contrappesi geopolitici.
Uno scenario radicalmente mutato nell’ultimo quarto del XX secolo; come ricostruito nelle sue dinamiche dallo stesso Ziegler parlando di “privatizzazione del mondo”. La blood money di un pianeta schiacciato sotto il peso della ricchezza.
«All’epoca della divisione del mondo in due blocchi antagonisti, la globalizzazione si era trovata davanti alcuni ostacoli. A est, un impero militarmente potente proclamava un’ideologia di difesa di tutti i lavoratori e di amicizia tra i popoli. Di fronte alle lotte dei lavoratori, le oligarchie capitalistiche dell’Occidente erano costrette a fare concessioni, ad accordare un minimo di protezione sociale e di libertà sindacale, a impegnarsi nella negoziazione salariale e nel controllo democratico dell’economia». Sicché, «con la caduta del muro di Berlino, la disintegrazione dell’URSS e la parziale degenerazione criminale dell’apparato burocratico cinese, la globalizzazione capitalista ha spiccato il volo, e con lei la precarizzazione del lavoro e lo smantellamento della protezione sociale» . Sotto l’egida di quelli che Ziegler chiama “i cosmocrati” e il giornalista BBC Paul Mason “i cleptocrati”.

Una tesi che ora, in versione semplificata, questo nonno quasi novantenne propone alla sua nipotina: «ti domandi chi governa l’economia mondiale? Ebbene sono proprio coloro che detengono il capitale finanziario globale, quel gruppo ristretto di uomini e donne di nazionalità, religioni e culture differenti ma tutti animati dallo stesso impulso, dalla stessa avidità, dallo stesso disprezzo per i deboli, dal medesimo disinteresse per il bene pubblico e dalla stessa cecità nei confronti del pianeta e degli esseri umani che vi abitano. Grazie al loro potere e alle loro ricchezze sono i veri padroni del mondo» (JZ pag.50).

Un dialogo tra generazioni

Nasce così questo manuale fatto di domande e risposte che, dopo un ventennio, riprende il format già adottato da Ziegler con “La fame del mondo spiegata a mio figlio” (1999). Un dialogo in cui è degna di nota la capacità del nonno di rapportarsi con efficacia alla piccola interlocutrice: lui, ultimo mohicano della generazione del libro (in cui le modalità della lettura inducevano pensiero sequenziale orientato alle concettualizzazioni astratte), capace di sintonizzarsi con chi ormai apprende sulla schermata del pc o dello smartphone, in una modalità simultanea che tende a ragionare per esempi concreti. Perciò ecco la vasta casistica tratta dalle esperienze sul campo dell’ex Relatore Speciale ONU sul diritto al cibo: i 15 milioni di etnia maya del Guatemala, espulsi dalla loro fertile terra nera dalle transnazionali private United Fruit, Del Monte, Unilever e General Food per impiantarvi le loro coltivazioni a perdita d’occhio (JZ pag.51); i bambini gracili della regione congolese del Kivu, reclutati come minatori per accedere agli stretti cunicoli che consentono l’estrazione del coltan (il prezioso minerale utilizzato per la fabbricazione dei cellulari), sempre a rischio di morire sepolti vivi, soffocati nei pozzi (JZ pag.54); le donne schiavizzate a Dacca, capitale del Bangladesh, dove si danno i turni 24 ore su 24 nelle 6mila fabbriche di abbigliamento dei subappaltatori delle multinazionali del settore a fronte di una paga di 51 euro al mese (JZ pag.66).

Scorre così davanti agli occhi della bambina, come dei nostri di lettori, un vero e proprio campionario dell’orrore economico, la faccia nascosta della global governance che si ammanta nella finzione della propria “naturalità”; intesa come quella “ineluttabilità”, che portava Pierre Bourdieu a stigmatizzare l’organizzazione del mondo (tra l’altro alimentata da un’evasione fiscale sistemica che le Monde ha quantificato in 350 miliardi di euro annui): «il neoliberismo è un’arma di conquista. Si fa portatore di un fatalismo economico contro il quale ogni resistenza sembra vana. Il neoliberismo è simile all’Aids: distrugge il sistema immunitario delle sue vittime».

Per questo la conclusione di nonno Zigler non può essere che una: «il capitalismo non può essere ridefinito. Deve essere distrutto» (JZ pag.107). Perentorietà che però impatta nella concretezza della replica di Zohra: «se si vuole combattere è necessario sapere come e con che cosa vogliamo rimpiazzare il capitalismo». E a questo punto le certezze del vecchio combattente vanno in tilt. Le risposte si fanno generiche e di maniera.
A riprova che per i nipoti il cammino post-capitalista sarà ancora lungo e periglioso.

 

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